LA CULTURA SI PUO’ ACCOMODARE. IL COMMERCIO NO.

Poltroncine, sedie, divanetti e affini all’interno delle librerie. E’ una profonda ed ingiusta contraddizione.

Comprereste un paio di mutande che sono state provate da un centinaio di clienti? Vi prendereste carico di comprare (a costo pieno, si intende) un indumento carico degli afrori altrui? E anche ammesso che sia così, non chiedereste almeno uno sconto a titolo di rimborso per il servizio lavanderia?

Se non tollerate di comprare mutande usate allora parimenti non dovreste tollerare la gente che legge sui divanetti nelle librerie.

Quei divanetti invero non dovrebbero neanche esistere. Non solo dunque essere presenti all’interno della libreria quanto proprio vivere nello spazio noumenico dell’architetto che quel negozio l’ha progettato!

Gli inglesi in questo senso esprimono molto meglio di noi nella loro lingua il profondo e sostanziale divario che esiste tra la biblioteca (library) e la libreria (bookshop). Nella biblioteca i libri sono fruibili, leggibili, scompaginabili. Nella libreria i libri sono in vendita. E dunque perché, mi chiedo, dovrei acquistare a prezzo pieno un libro che qualcuno si è preso la briga di spaginare prima di me quando posso comprarlo (tra l’altro a prezzo scontato) ancora cellofanato su Amazon?

Invece di comprare divanetti, le librerie (bookshop) non potrebbero investire la stessa cifra per allestire un servizio di consultazione elettronico con un estratto dei libri che vendono? Dopotutto lo scopo della libreria è quello di vendere, di indirizzare al consumo, non di educare. E perché la gente, anziché andare in libreria, non entra in una biblioteca? Quale sentimento di indignità deve pervadere queste persone al punto tale dal tenerle alla larga da questi luoghi magici e misteriosi e fargli espletare la loro funzione di lettori all’interno dei centri commerciali e di altri sacrari del commercio moderno?

Quando vedo una persona che legge in libreria non so allora se prendermela con il malcapitato scroccone di turno o con chi, in definitiva, lo ha autorizzato a rovinargli la sua attività commerciale. E subito mi sovviene il ricordo non troppo lontano di una libreria del centro in cui ero solito andare. Un posto in cui i libri erano affidati alla gestione di un commerciante che appena provavi a mettere mano ad un libro ti sorprendeva da dietro come un avvoltoio con la classica frase di rito: «Serve aiuto signore?». La sua libreria era una catasta ordinata di tomi senza l’ombra di una sedia, di uno sgabello, men che meno di una poltroncina o di un divanetto. Era una persona rude e scorbutica, ma potevi star certo che anche a distanza di anni dalla pubblicazione, il libro che ti avrebbe venduto sarebbe stato come nuovo, senza una piega, un’orecchia o l’impronta sudicia delle mani di qualche cliente sulla copertina patinata. E tutto questo tralasciando la romantica retorica del sapere librario oggi praticamente scomparso.

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