GLI IN(NO)VATORI

E proprio nel bel mezzo di questo Rinascimento tecnologico, mi trovo ad aver a che fare con la setta degli inNOvatori.

La maiuscola è d’obbligo. Perché al contrario degli innovatori (minuscoli solo nel nome) gli inNOvatori hanno deciso di dire “NO” al progresso (un po’ come Valsoia ha detto “NO” al colesterolo). Una negazione a priori, figlia della convinzione che le cose stanno bene come stanno e che cambiarle non è mai, per principio, una cosa buona.

Ma ancor peggio è la certezza che gli inNOvatori hanno che le cose non cambieranno. E non lo dicono con rassegnazione. Anzi. La ripetizione, la consapevolezza di aver raggiunto un ottimo non surrogabile costituisce il loro pensiero felice. E in fondo, che cosa c’è di più bello di alzarsi la mattina e trovare tutte le cose al loro posto?

E’ il piacere della convenzione, del dominio del conosciuto anziché della conoscenza. E’ il guardare la frontiera come qualcosa di lontano all’orizzonte, comodamente seduti sorseggiando un drink dietro ad una finestra con i vetri spessi. E’ la condizione di chi è arrivato e non vuole ripartire, di chi ha fatto sacrifici a suo tempo e adesso non ne vuole più fare. Di chi ha avuto l’irripetibile botta di culo e non vuole più rimettersi in ballo. Di chi gioca ad un certo modo solo perché i giocattoli sono i suoi. Di chi ha paura di essere smentito, ribattuto, contraddetto.

E’ un po’ dunque la paura di vivere, tipica di certi contesti come il nostro in cui gli inNOvatori si producono e si riproducono. Generazioni condannate al posto fisso forzato, al mutuo ventennale, e a tutta una serie di false certezze che le tengono ancorate ad una trincea dietro la quale non si rischia di essere colpiti ma non si rischia neanche di uscire. In perenne attesa che qualcun altro, nel tentativo di cambiare le cose, sbagliando possa dargli ragione. L’errore, che invece di essere un esito probabile di qualsiasi azione umana, costituisce per gli inNOvatori la punizione, il costo che non sono disposti a pagare. Singolare che l’uomo, essere fallibile per definizione, arrivi dunque a vivere per non sbagliare, negando così la sua stessa natura.

Con gli inNOvatori non c’è dialogo. Tutt’al più un doppio monologo sterile e monotono che porta alle stesse, rinfrancanti conclusioni. Nella gara di salto in alto del pensiero, l’inNOvatore tiene l’asticella sempre alla stessa altezza, preferendo essere il primo di tanti che il solo ultimo, utilizzando questo falso intento democratico come un dito dietro al quale nascondersi.

L’inNOvatore consuma ciò che c’è da consumare senza produrre, senza porsi interrogativi scomodi, senza chiedersi ne il perché ne il quando. E’ l’anello fondamentale di un enorme catena di montaggio che esige tempi e modi indiscutibili per dare a tutti la stessa cosa nella stessa quantità, senza la necessità di capire i bisogni di un essere umano ridotto alla stregua di un prodotto seriale.

In un mondo offerto in comodato d’uso, l’inNOvatore si limita a preservarlo a prescindere dalla condizione in cui gli è stato affidato. Perché è così e basta. Intatto come la sua mente, come un panetto di DAS ancora intonso e indurito a tal punto da risultare inutile.

Inutile dunque convincere gli inNOvatori, motivarli al cambiamento. Perché, come sempre accade, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E se non fosse che con gli inNOvatori dobbiamo conviverci tutti i giorni e che il loro voto vale quanto il nostro, la cosa non rappresenterebbe neanche un problema.

Ma in fondo, un po’ ci dispiace per gli inNOvatori. Perché nonostante la loro apparente supremazia e nonostante la loro strenua opposizione le cose cambiano. Di continuo. Inevitabilmente. E allora forse è meglio assecondarlo il cambiamento e cavalcare l’onda, piuttosto che esserne travolti.

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