Un po’ di Giacobazzi

Chi risiede in Italia da più di cinque anni ed è dotato di un apparecchio radiotelevisivo d’ordinanza non può non aver sentito parlare almeno una volta di Andrea Sasdelli, alias Giuseppe Giacobazzi, il romagnolo dello Zelig.

Un personaggio talmente caricaturale e stereotipato da sembrare vero. Al punto tale che ci si chiede se il nostro, una volta calato il sipario, sia obbligato come tutti gli altri suoi colleghi a togliersi una maschera che, nel suo caso, sembra quasi trasparente.

Se questo è dunque il vostro primo spettacolo di Giacobazzi, potrebbe venirvi il dubbio che le due ore che passerete di li a poco seduti nel buio della terza fila di un teatro gremito in ogni ordine di posti possano essere un “richiamino di Zelig”. Un dubbio lecito quanto in questo caso infondato.

Quello che Giacobazzi (o Sasdelli, se preferite) ci offre in questa occasione è un vero e proprio recital più che un monologo. Un Giacobazzi che racconta di se stesso quando non fa Giacobazzi.

E qui la cosa si complica non poco. Perché nei recital gli attori, oltre a raccontare di se stessi, normalmente inframezzano la performance con delle esibizioni di vario tipo o (per l’appunto) recitando i ruoli che li hanno resi famosi al grande pubblico.

Non posso anticiparvi più di quanto mi è consentito. Un po’ per non rovinarvi la sorpresa, e un po’ per non togliervi la motivazione ad andare a teatro a vedere questo spettacolo. Ma penso di non fare torto a nessuno se vi dico che in questo spettacolo di Giacobazzi non vedrete mai apparire Giacobazzi.

O perlomeno non vedrete apparire il Giacobazzi che conoscete voi, quello alla prima maniera, quello (come dicevamo sopra) dello Zelig. Perché nel frattempo il comico romagnolo più famoso d’Italia (subito dopo Gigi e Andrea) ha sviluppato un proprio percorso narrativo che lo ha portato (tra l’altro) a scrivere dei libri, che come questo spettacolo hanno più a che fare con il Giacobazzi uomo che con il Giacobazzi comico.

Un Giacobazzi uomo che (come avevo già avuto modo di apprezzare in “Quel tesoro di mio figlio“) riesce ad alternare momenti di comicità demenziale a dei momenti di maggiore riflessione e analisi intimistica, che fa emergere quello che c’è dietro la maschera, sfatando alcuni luoghi comuni sulla vita del personaggio famoso che, al pari degli altri, non solo ha una sua quotidianità fatta di gesti banali e di episodi al limite del grottesco, ma che come gli altri si trova ad affrontare alcuni problemi che, a volte, neanche il denaro ed il successo riescono a risolvere.

Questo “Un po’ di me” offre al suo pubblico la possibilità di ridere, di riflettere, di commuoversi e di uscire dalla sala con qualche simpatico aneddoto in più e con una maggiore consapevolezza su alcune cose che forse, prima di entrare, erano state considerate con una certa superficialità. Alla fine dello spettacolo ci si trova ad applaudire non solo un comico, ma anche un uomo e, inaspettatamente, un cantante. Un “prendi 3 paghi 1” davvero interessante, a dimostrazione del fatto che il teatro, per sua natura, riesce a mettere in luce tutte le qualità (ed i difetti) di un artista.

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