The driven change

Far migrare un branco di scimmie urlatrici verso un utilizzo più efficiente (per quanto inconsapevole) di un’interfaccia potrebbe sembrare all’apparenza un compito di difficile esecuzione (e per lo più ingrato aggiungerei…).

Nella sua più recente fatica letteraria dal titolo “Tu non sei un gadget” Jaron Lanier (uno di quelli che si occupa di progettare il nostro futuro prima che il futuro ci prenda alla sprovvista) pare mostrare una certa preoccupazione nei confronti di quanti, in un impeto di osannazione dei media digitali, accettano di ridurre le proprie relazioni (e di riflesso la propria vita) ad un insieme discreto e predefinito di possibilità offerte dai vari social network o da qualsiasi altra forma di interazione del mondo di Internet (che di fatto annegano il contributo del singolo in favore di un prodotto collettivo, impersonale e non sempre migliore).

Jaron Lanier - /

Jaron Lanier
Tu non sei un gadget
(Mondadori)
Lo potete acquistare qui…

Ora, lungi da me confutare le tesi di un uomo che da sempre (o perlomeno, da quando esistono i computer) è un passo avanti rispetto agli altri e che (come penso) risulta provocatorio (e seminale) proprio per questo. Vorrei piuttosto discutere sul grado di fiducia che l’uomo nutre nei confronti dei suoi simili, sulla necessità di dover guidare un cambiamento e soprattutto su chi questo cambiamento deve o dovrebbe guidarlo.

Anni fa mi era capitato tra le mani questo libro, che spiegava come impostare password efficaci ed efficenti in rapporto al funzionamento dei sistemi che tentano di carpirle fraudolentemente.

Mark Burnett, Dave Kleiman - /

Mark Burnett, Dave Kleiman
La password perfetta
(Mondadori)
Lo potete acquistare qui…

La parte interessante di questo manuale è forse all’inizio, quando si tenta di spiegare che, per quanto ci si sforzi di essere originali, la nostra mente adotta dei pattern limitati e prevedibili per stabilire una parola segreta. Talmente limitati e prevedibili che una macchina riesce ad isolarli e riprodurli, rivelando il nostro segreto in poco tempo. Ciò che però si consiglia di fare per risolvere questo problemena di per se non si discosta tanto rispetto a quello che oggi qualsiasi servizio Internet degno di tale nome ti chiede di fare quando imposti una password: la password deve essere lunga almeno 8 caratteri, deve contenere almeno un numero ed un simbolo oltre che parole e segni di interpunzione tradizionali.

A ben vedere però, la cosa davvero singolare è che questo saggio è uscito nel 2006, all’alba del fenomeno dei social network e dell’avvento delle nuove problematiche relative alla privacy dei propri dati. Allora cose che oggi possono sembrarci normali (come il test di efficacia della propria password o l’essere costretti ad adottare una parola d’ordine che non fosse il nome del proprio cane) non lo erano affatto.

Come siamo dunque arrivati ai nostri giorni con password più efficaci di un tempo e senza aver minimamente letto un testo del genere (o quantomeno esserci posti dubbi in merito)? Semplice: siamo stati lentamente, inesorabilmente pilotati verso un comportamento più intelligente.

E’ impressionante come a volte cambiamenti epocali passino dapprima attraverso la coercizione, o per meglio dire l’imposizione di un comportamento da parte di chi, in un determinato contesto, detiene il potere. Potrebbe essere l’amministratore di sistema che richiede il rispetto di una regola per la password, o il Comune che cambia il senso di marcia in una via.

Sta di fatto comunque che, il più delle volte, quel cambiamento è imposto proprio perché noi non lo condividiamo. O per meglio dire non ne avvertiamo l’impellente necessità. E’ come se in un certo qual modo non avvertissimo l’esigenza di un domani migliore. Alcuni la chiamano resistenza organizzativa, altri paura del nuovo. Io personalmente penso si tratti di mancanza di inquietudine, o per meglio dire di un falso appagamento che non ci aiuta a dare la giusta misura del divario tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Di assenza di una visione che invece, a quanto pare, altri riescono ad avere, diventando così leader del cambiamento.

Ma prima di avventurarmi in discorsi troppo complicati sul cambiamento e la gestione del cambiamento, vi consiglio l’ennesima lettura di approfondimento:

Kenneth Blanchard, John Britt - /

Kenneth Blanchard, John Britt
Chi ha ucciso il cambiamento?
(Sperling & Kupfer)
Lo potete acquistare qui…

Ammesso che vi voglia risparmiare 150 pagine perché non avete voglia, tempo, pazienza per dedicare un cluster del vostro cervello a questo saggio… Che cosa ne tirereste fuori da tutte queste pagine a lettura terminata? Questo dovreste dirmelo voi. Personalmente, mi è parso di capire una serie di cose.

Anzitutto che il cambiamento è una cosa importante, perché coinvolge tutti noi, anche se non lo vogliamo.

Che è frutto di una visione. E che questa visione dobbiamo avercela tutti e condividerla. Altrimenti il nostro futuro sarà solo una vaga approssimazione di quello che veramente volevamo che fosse.

Che c’è bisogno di persone che si prendano carico di promuovere e guidare questo cambiamento. E che abbiano non solo il potere per farlo, ma anche la dignità, le competenze, la credibilità e l’umiltà necessaria per poter poterci traghettare tutti dall’altra parte.

Ma soprattutto (cosa più importante) che se continuiamo a lasciare agli altri il compito di cambiare il mondo al posto nostro firmandogli un assegno in bianco non ci è dato poi di sorprenderci se, per esempio, un giorno andando al supermercato troviamo al posto delle solite buste di plastica dei sacchetti mollicci che puzzano di brodo…

Sarà l’ennesimo cambiamento che qualcun altro ha pensato per noi. E probabilmente, arriveremo al punto che quella puzza di brodo ci sembrerà addirittura scontata…

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