Racconti in treno

Questo mio breve rac­conto comico dal titolo “Mario, un nome qua­lun­que, un viag­gio quan­tun­que…” è stato scritto ed ha par­te­ci­pato nel 2001 al pre­mio let­te­ra­rio “Ciuf & Ciuf — rac­conti in treno” patro­ci­nato dal Mini­stero dei Beni e delle atti­vità cul­tu­rali, dalla Pro­vin­cia di Bolo­gna e dal Comune di Ver­gato, con la col­la­bo­ra­zione delle Fer­ro­vie dello Stato, del quo­ti­diano il Resto del Car­lino e di Ales­san­dro Bergonzoni.



«La car­rozza di un treno è come una grande festa in un cen­tro sociale alla quale non sei stato invi­tato». Que­sto pen­sava Mario men­tre le rotaie, come due fili d’argento, si dipa­na­vano sotto le ruote di ferro dell’Intercity Murge 576. Il destino (o meglio, il mec­ca­nico) lo aveva dirot­tatto alla sta­zione di Bolo­gna quel freddo 2 di Novembre.

Era un po’ sec­cato, Mario, di dover tor­nar­sene nella sua Milano come un emi­grante, in un treno di emi­granti. Aveva fatto la pre­no­ta­zione, Mario, allo spor­tello della sta­zione. Numero 545 e sul tabel­lone l’incoraggiante scritta “ora ser­viamo il numero 41″… Dopo una coda tipo c’hai pre­sente Mal­pensa 2000 in pieno scio­pero dei con­trol­lori di volo, era riu­scito a tro­vare un posto nella car­rozza 2 non fuma­tori per cor­te­sia (così almeno aveva chie­sto lui). Non aveva Carta Verde anche se era Inca­vo­lato Nero, e non basta­vano i capelli d’argento per avere uno sconto anziani.

Era salito, Mario, su quel treno, con tutta la foga dei suoi quarant’anni e passa. Aveva aperto il por­tello, disar­cio­nato due pas­seg­geri, pestato i piedi ad un signore che con ghi­gno male­fico con­ti­nuava a ripe­tere: «Eh no, eh!!! Qui non si può salire!!! Siamo pieni!!!» men­tre Mario, incu­rante di quella varia uma­nità che si accal­cava sul cor­ri­doio del suo vagone 22, chie­deva per­messo sven­to­lando la sua pre­no­ta­zione e sbat­tendo la vali­gia a destra e a manca.

Aveva liti­gato, Mario, con un Tizio che non lo faceva pas­sare: «Eh, qui non si passa!!!» «Ma io ho la pre­no­ta­zione!!!» «E allora? Io sono qui da Bari!!!» giu­sti­fi­ca­zione suf­fi­ciente per poter deci­dere del destino di chi, come solo pec­cato, aveva quello di essere salito a Bologna.

Aveva tro­vato il posto occu­pato, Mario, da un signore che veniva da Lecce. Si era preso tutte le occhia­tacce dei com­pae­sani dello spo­de­stato, Mario, allor­chè pren­dendo il posto che gli era stato asse­gnato notava quella ton­nel­lata e passa di vali­gie, zaini, sci, canotti, slitte di Babbo Natale, che come una spada di Damo­cle pen­de­vano sulla sua testa. Dava occhiate repen­tine, Mario, al carico che aveva dovuto lasciare fuori dello scom­par­ti­mento per­chè l’intercapedine tra il canotto e la slitta di Babbo Natale era troppo piccola.

Annu­sava, Mario, l’olezzo dei piedi del suo vicino, che si era tolto le scarpe: «Sa, io vengo da Lecce» «Strane usanze que­sti lec­cesi» si doman­dava… Leg­geva, Mario, quel piano azien­dale che avrebbe dovuto pre­sen­tare l’indomani. Cer­cava di non far caso, Mario, al Tizio che come una mitra­glia­trice vivente per­pe­tuava un discorso ini­ziato cen­ti­naia di chi­lo­me­tri prima: «miii, una volta mia sorella… mii, una volta mia zia… mi, una volta mio cognato» «miii, una (buona) volta potrebbe star zitto» pensava.

«Sta­zione di Milano, ter­mine corsa» sen­tiva, Mario, men­tre ten­tava di uscire da quello scom­par­ti­mento in fila come tutti gli altri, con un nome come tutti gli altri, Mario, salito a Bolo­gna, Mario, sceso di morale, chie­den­dosi come faces­sero a lavo­rare quelli del ser­vi­zio Minibar…

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