PURL: LA DIVERSITY IN AZIENDA SPIEGATA CON UN GOMITOLO

Molte persone confondono il concetto di sostenibilità con quello di filantropia.

E’ forse questo l’errore più comune e al contempo quello più pericoloso: l’idea che la sostenibilità sia una sorta di compensazione, di risarcimento per una serie di scelte che sono apparentemente ineluttabili.

Seguendo questo ragionamento un’azienda intraprenderebbe dei percorsi di sostenibilità per porre in qualche modo rimedio a tutti gli esiti socialmente indesiderabili dell’attività produttiva: finanzia scuole in Africa ma sfrutta lavoro minorile in Asia, aiuta gli ospedali ma poi mette i suoi lavoratori “socialmente utili” ai margini del processo produttivo, pianta alberi ma poi inquina con i suoi siti industriali.

Mi spiace dare a quanti la pensano così una cattiva notizia: la sostenibilità non è esattamente questo. Non è qualcosa che si può fare in più rispetto a tutto il resto, non è un esercizio di stile, una spilla da appuntare sulla giacca, uno slogan o peggio ancora una compliance da mettere on top a tutte le altre procedure già esistenti.

Un’azienda sostenibile è un’azienda che agisce secondo i dettami dell’economia civile, un’entità inclusiva che vede nell’ambiente e nelle comunità una risorsa ed un patrimonio da tutelare, che genera profitto con delle ricadute positive su tutti gli stakeholder e che permette a sua volta di generare altro profitto.

È dunque per questi motivi che quando parliamo di diversity e di inclusion non possiamo limitarci a raccontare quante donne ci sono in azienda, anche perché questo tema (nato con un primo focus sull’inclusione degli individui di sesso femminile) ha oggi esteso la sua portata a quelle che vengono considerate le forme di discriminazione di genere più comuni, dall’orientamento sessuale alla religione fino alla disabilità.

Allo stesso tempo parlare di diversity e inclusion (anche per l’oratore armato di migliori intenzioni) è come percorrere un campo minato fatto di qualunquismi, generalizzazioni e semplificazioni che potrebbero offendere la sensibilità degli interlocutori coinvolti.

Ciò nonostante qualcuno è riuscito a spiegare il tema della diversity in modo efficace e coinvolgente utilizzando la leva della creatività: sto parlando della Pixar che recentemente ha diffuso un corto dal titolo “Purl” (letteralmente “punto rovescio”) realizzato nell’ambito del progetto “SparkShorts” con l’obiettivo di incoraggiare nuovi talenti nella sperimentazione di nuove tecniche di produzione cinematografica d’animazione digitale.

Diamogli allora un’occhiata per vedere di che cosa si tratta:

Il messaggio è chiaro: un’azienda inclusiva non incoraggia la diversity per filantropia o per il rispetto di un arido politically correct. Lo fa invece perché la diversità è un fattore che nel lungo periodo genera valore e consente di sfruttare un potenziale che è già presente all’interno dell’impresa. Non lo fa per gli altri ma per se stessa. E questo è forse l’atto di egoismo più bello che ci sia.

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