Piero Manzoni: semplicemente genio

Qualcuno di voi si sarà forse chiesto perché, nel comporre il manifesto che vedete qui sotto, non abbia scelto di inserire quella che, senza timore di smentita, può considerarsi come l’opera più conosciuta di Piero Manzoni, ovverosia la “Merda d’artista“, prodotta (è proprio il caso di dirlo) nel maggio del 1961 ed esposta in vari esemplari anche all’interno di questa mostra allestita a Palazzo Reale da Skira e Comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni nell’ambito del ciclo di eventi legati alla “Primavera di Milano“.

Per chi se lo fosse chiesto (ma anche per gli altri) la scelta è dettata dal voler in un certo qual modo “salvare capra e cavoli“, in un contesto come quello attuale in cui l’arte si trova a dover fare i conti da un lato con il marketing e dall’altro con la pura estetica del gesto creativo. Associare Piero Manzoni alle sue merde (perdonate il vocabolo poco forbito per quanto necessario) se da un lato aiuta ad orientare il moderno consumatore di cultura dandogli delle coordinate, o se preferite delle parole chiave nel suo girovagare qua e la tra Klimt e Picasso, Kandinsky e Renoir, Pollock e Cattelan, dall’altro sminuisce e semplifica l’opera di un uomo che nella merda ha trovato una delle sue tante e variegate espressioni. Espressioni che, al pari delle famigerate scatolette beige e marroni, riescono a provocare, stupire e toccare lo spirito di chi vi si trova davanti.

Ora, non vi nascondo la mia personale predilezione per Manzoni. Ma al di la di qualsiasi preferenza personale questo evento rappresenta, per molti aspetti, un’occasione speciale ed irripetibile per confrontarsi con la storia, il pensiero e le opere del genio manzoniano e per ammirare con straordinario dettaglio la sua breve ma intensa parabola umana ed artistica.

La locandina della mostra di Piero Manzoni a Palazzo Reale


Bisogna considerare in primis che molte delle opere presenti in mostra provengono da un gran numero di collezioni private. E questo significa che, terminata la mostra, non ci saranno altre occasioni per poterle ammirare tutte insieme nello stesso posto (come accade invece per i prestiti provenienti da un solo museo o galleria).

Ma anche senza scomodare l’ “ora o mai più“, vale la pena soffermarsi a valutare l’allestimento curato da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, che divide idealmente le varie zone della mostra per epoche ma soprattutto per tipologia di opere, consentendo di apprezzare l’evoluzione dell’espressione artistica su di uno stesso tema. Questo vale anche e soprattutto per gli Achrome, quelle bianche tele materiche sulle quali il Manzoni, senza aggiungere altro, ha saputo raccontare tante storie e comunicare tanti messaggi diversi grazie all’uso di materiali talvolta inconsueti.

Il tutto è spiegato ottimamente all’interno dell’audioguida distribuita gratuitamente ai visitatori, che in modo piuttosto semplice ed intuitivo illustra non solo il significato delle varie opere, ma anche alcuni curiosi aneddoti legati alla stravagante vita dell’artista, approfondendo ove necessario la genesi di alcuni lavori oltre ad altri aspetti inerenti alla contestualizzazione della produzione manzoniana rispetto all’epoca in cui il Manzoni è vissuto ed al processo di raccolta e conservazione delle sue opere.

Particolarmente interessante per chi già conosce il Manzoni maturo (se così possiamo definire un ragazzo di ventinove anni, perlomeno dal punto di vista artistico), la prima parte della mostra permette di ammirare la produzione degli esordi, che con i suoi archetipi e il tocco materico richiama il surrealismo di Dalì e l’arte informale di Burri.

Infine, al di la di qualsiasi considerazione di carattere tecnico ed estetico, questa mostra di Manzoni per essere degnamente valorizzata e goduta appieno richiede l’adesione incondizionata ad un patto implicito con l’artista e le sue opere. Potrebbe infatti sembrare, passando in rassegna un rotolo che dice di contenere al suo interno una linea infinita, o un pacco di carta da giornale sigillato che promette di racchiudere una sublime opera d’arte, che Piero Manzoni voglia prendersi gioco dell’ignaro visitatore, facendogli rimpiangere di non aver fatto una fila chilometrica per andare a vedere l’esposizione di Klimt nell’ala opposta del Palazzo. Ma se per un attimo liberiamo la mente da qualsiasi pregiudizio ed accettiamo di osservare la realtà con gli occhi dell’artista, ecco che i piani si ribaltano e si passa magicamente dall’essere giocati al giocare con Manzoni all’interno del suo universo immaginario, dove un piedistallo permette a chi ci sale sopra di diventare egli stesso un’opera d’arte ed un solido trapezoidale diventa il piedistallo del mondo intero. Un mondo dove tutto, se visto dal verso giusto, può stupire e meravigliare.

Ecco dunque che i nove Euro e cinquanta (al netto della riduzione) pagati per l’ingresso, considerati da questo punto di vista, diventano i soldi meglio spesi della giornata. E magari, già che siete li, potrebbe anche venirvi voglia di acquistare il catalogo della mostra (che Skira a messo a disposizione del pubblico su Issuu e che vi ripropongo qui di seguito) o (perché no?) una riproduzione della “Merda d’Artista” prodotta in serie limitata proprio in occasione di questo straordinario evento.

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