Non ci sono per nessuno

I libri di Beniamino Cavalli per il sottoscritto sono come le ciliegie: uno tira l’altro. Questo, immagino, lo avrete capito. E siccome non c’è uno senza due (almeno come non c’è due senza tre) eccoci qui ancora una volta a raccontarvi di questa sua nuova fatica letteraria.

Nuova si fa per dire. Recente, forse è un aggettivo migliore. Non fosse che per il fatto che questo “Non ci sono per nessuno” (Ed. Italic) è stato scritto ed edito precedentemente rispetto a quel “La vita è nel frattempo” di cui abbiamo parlato poco più di una settimana fa. E poco più di una settimana è stato proprio il tempo che mi ci è voluto per spararmi senza soluzione di continuità le 355 pagine che compongono il racconto del nostro scrittore anconetano di fiducia. Di certo non è mancata la voglia di leggerlo. Piuttosto è stato necessario ritagliarsi qualsiasi occasione utile per poter andare avanti anche solo di poche pagine, riscoprendo quella lettura appassionata che, almeno per me, non si palesava più da qualche anno (dai tempi di “Generazione 1.000 Euro” grosso modo). Questo libro nei pochi giorni appena trascorsi mi ha accompagnato ovunque, con la sua buona copertina per affrontare i numerosi trasbordi ed il segnalibro delle occasioni importanti che nervosamente si spostava da pagina 26 a pagina 27 e poi dalla 27 alla 28, interrogandosi talvolta sulla sua effettiva utilità. Mi ha tenuto compagnia nelle notti insonni sotto le coperte, o sul divano del salotto davanti alla televisione a tutto volume, in qualche pausa pranzo a lavoro. E soprattutto in bagno, complice di interminabili sedute al termine delle quali avevo le gambe talmente addormentate che ho rischiato più volte di non accorgermene cadendo rovinosamente a bocca avanti.

Ma cosa fa di “Non ci sono per nessuno” un testo così godibile, interessante e decisamente poco noioso? Alcune cose. Parecchie invero.

Beniamino Cavalli /

Beniamino Cavalli
“Non ci sono per nessuno” (Italic)
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C’è anzitutto la storia dei due protagonisti (che poi è uno solo) separati dall’età e dai diversi momenti storici che stanno vivendo, ben descritti nei pensieri delle persone, nel loro modo di vestire, negli oggetti e negli archetipi culturali che fanno da sfondo alle vicende di Lucio e Giordani. Il primo, adolescente degli anni ’90 che si trova a dover fare i conti con la propria vita, la propria famiglia e le proprie ansie ed aspettative nei confronti di un mondo che sembra volerlo mettere da parte, relegandolo (come è successo a tanti di noi) nel limbo degli “sfigati”, di quelli che è meglio evitare solo perché hanno un paio di scarpe fuori moda o la pensano in modo diverso dal resto del branco. Il secondo invece trentenne degli anni ’00 ormai rassegnato ad essere incasellato in un altro limbo, quello del lavoro dipendente, di una vita sospesa in una routine fatta di tragitti casa-ufficio-centro commerciale-casa in cui tutto sembra la fotocopia del giorno prima. A vederli, Lucio e Giordani, sembrerebbero due persone diverse e si fatica a credere che uno sia il risultato della maturazione dell’altro. Per dirla con Benassi (l’altro, quello di “Da Zero a Dieci” per intenderci) Giordani è la classica persona con un presente da 6– e un passato remoto da 8 1/2. Una persona irrisolta più che irrisoluta, che si crea la propria gabbia di tic e abitudini imprescindibili. Ma che prima o poi dovrà fare i conti con ciò che lo circonda. A partire da se stesso e dai suoi sentimenti anestetizzati.

C’è poi, immancabile, l’elemento femminile, forse il vero fulcro attorno al quale ruota tutta la vicenda. Il gentil sesso rappresentato dalle figure di Gina (amica di Lucio) di Emma (conoscenza estemporanea e inattesa di Giordani) e della madre del protagonista, che fanno irruzione senza permesso nella vita di quest’ultimo, stravolgendola, condizionandola. E forse, ci viene da dire, migliorandola.

Ci sono i luoghi. Un’Ancona che non viene mai esplicitamente citata ma che molti di voi sapranno ritrovare nelle descrizioni dettagliate non solo delle vie ma anche delle persone che le abitano o le hanno abitate, e nelle espressioni dialettali che faticano a rimanere nascoste a tutto beneficio della caratterizzazione dei soggetti.

E infine ci sono parecchi “fili rossi” ed espedienti narrativi che Cavalli ha saputo sapientemente mescolare per permettere al lettore di mettere le due vicende in collegamento tra loro, scoprendo lentamente la risoluzione della storia.

Una storia apparentemente banale, che rappresenta idealmente e banalmente la vita di una generazione. Ma che forse proprio per questo riesce a tenere incollato il lettore in un susseguirsi di rivelazioni e inaspettati colpi di scena a metà strada tra il sogno e la realtà.

Ma al di la delle doti narrative del nostro Beniamino (che abbiamo imparato ad apprezzare), ciò che conta è che questo libro è riuscito ad insegnarmi qualcosa. A farmi porre delle domande così come se le è poste il protagonista del racconto, arrivando a realizzare considerazioni tanto vere quanto sorprendenti su quello che sono come singolo e come parte di una società, giungendo infine a riconsiderare il mio giudizio su alcune cose. Leggere la storia di Lucio che cresce e diventa Giordani è stato insomma un po’ come leggere di se stessi, guardandosi a tratti come riflesso in una vetrina, e proprio come Lucio arrivare per qualche secondo ad immaginare che quel riflesso non siamo noi, o quantomeno non vogliamo esserlo. A criticarci in fin dei conti per come sono andate alcune cose per le quali troppo spesso abbiamo dato la colpa ad altri. Decisamente non male per essere la prima prova letteraria di un giovane scrittore.

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