Mi chiamo Aram e sono italiano

Il teatro è una delle forme artistiche che apprezzo maggiormente. E la cosa strana è che fino a qualche anno fa non ne ero pienamente consapevole. Almeno non fino al punto di andarmene in giro per la città  alla ricerca di spettacoli curiosi ed originali proposti all’interno di teatri altrettanto curiosi ed originali.

Diciamo piuttosto che, partendo dal mio background di teatro lirico e melodramma, sono stato inconsapevolmente trascinato da alcune mie amicizie nell’universo puntiforme e variegato del teatro di prosa, dove puoi trovare tutto e il contrario di tutto, dallo spettacolo corale di cassetta del grande performer al monologo sperimentale del giovane attore di provincia. E la cosa più affascinante sta forse proprio in questo: nella ricerca, che con una manciata di euro ti porta in posti in cui non saresti mai stato, ad assistere a spettacoli che non avresti mai immaginato fossero così interessanti e coinvolgenti.

Aram Kian nei panni di Aram (e molti altri personaggi) in
Mi chiamo Aram e sono italiano

Mi Chiamo Aram e sono italiano” ne è un chiaro esempio. Ambientato a Sinago (immaginaria cittadina dell’hinterland milanese) questo monologo ripercorre alcuni episodi della vita di Aram, italiano di prima generazione di madre romana e di padre iraniano. A fare da sfondo alla vicenda gli eventi storici che dalla fine degli anni ’70 fino ai giorni nostri si sono succeduti. Eventi che Aram subisce indirettamente, imprigionato in una realtà  di provincia dove l’oggi sembra uguale a ieri e dove il tempo sembra non passare mai, ancorato al pregiudizio ed ad un familismo che segnano quasi inesorabilmente i destini di ciascuno.

In questa collocazione spazio-temporale Aram Kian (artista e soggetto al tempo stesso) si muove interpretando se stesso e i suoi compagni di vita, con una sorprendente capacità  di immedesimazione nei vari personaggi che ne coglie i tratti caratteristici ed evolutivi. Il tutto inframezzato da dei cliché agrodolci che sottolineano la diversità  dell’individuo nei confronti della società . Che è poi la diversità  di tutti gli individui, che si trovano ogni giorno a dover ribadire con forza la propria identità  nei confronti di chi vorrebbe assegnargliene una propria, sfuggendo da un processo di omologazione che separa i bianchi da i neri, gli italiani dagli arabi, le persone brillanti dagli sfigati, i ricchi dai poveri, gli onesti dai criminali.

Un monologo ben strutturato, che riesce a ricreare le atmosfere di un recente passato strappando qualche risata ed alcune riflessioni, cucite nel patchwork multicolore della vita di Aram in cui gioia, tristezza, rabbia, stupore, rassegnazione, voglia di vivere e di cambiare le cose si alternano e convivono in quella che vuole essere la storia di una vita e che poi, immancabilmente, diventa la storia di una parte della vita degli spettatori.

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