Linee convergenti

A volte sono io a voler incontrare certi libri, spinto da una recensione particolarmente entusiasta o dal passaparola di un amico. Altre volte invece (ed è questo il caso) sono i libri a voler incontrare me.

Questo racconto di Paolo Barrile era li qualche sera fa, in uno scaffale de “il Libraccio” (nota catena che acquista e rivende libri usati NdA) sui Navigli. All’interno di questo angolo di vecchia Milano intriso del tipico odore di carta consunta dal tempo e dai lettori (quello che normalmente trovi nelle cantine o in giro per i mercatini) c’è un settore, dedicato alle biografie, che sono solito consultare nel tentativo di scovare qualche libro interessante e a poco prezzo. A dire il vero, l’aver rinvenuto un testo di narrativa in mezzo alle biografie, sulle prime, mi ha fatto un po’ storcere il naso, pensando al probabile errore di chi, a fronte di uno stipendio da fame, aveva fatto la solita catalogazione a pene di velcro, senza pensarci troppo su. Il merito di questo incontro è dunque da attribuire alla scelta dell’autore di inserire nel titolo il nome di Piero Manzoni, artista che da sempre stuzzica la mia curiosità, vuoi per le sue opere provocatorie, vuoi perché al di la della “Merda d’Artista” ci sono molte altre cose da dire sul suo conto.

Paolo Barrile - /

Paolo Barrile
“L’ultima linea di Piero Manzoni”
(Gruppo Editoriale JCE, 1990).

“L’ultima linea di Piero Manzoni”, con grande onestà intellettuale, non si qualifica come una biografia, anche se in fondo la narrazione degli eventi ci porta a conoscere alcuni degli episodi memorabili della parabola artistica e umana del Manzoni. Una narrazione che ha il grande pregio di operare contemporaneamente su più piani spazio-temporali all’interno dei quali si dipanano le storie dei vari protagonisti. Storie apparentemente slegate che come raggi di una ruota di una bicicletta trovano al termine del libro un punto di congiunzione che giustifica degnamente tutto il costrutto narrativo. Personaggi immaginari ed ordinari che fanno da collante alle due storie illustri e reali (per quanto apparentemente distanti) di Piero Manzoni (di cui potete trovare un breve ed efficace sunto qui) e di Ghersciom Nathan, stampatore ebreo originario di Soncino vissuto a cavallo tra il ‘400 ed il ‘500.

Ma che cos’hanno in comune Ghersciom Nathan, Piero Manzoni, due ragazzi delle scuole superiori, un calciatore, una ragazza avvenente e una famiglia di rottamai della Milano degli anni ’80? Sarà proprio la linea citata nel titolo a costruire (si perdoni il gioco di parole) il filo rosso che da pagina 15 ci porterà fino a pagina 219, poco prima dei ringraziamenti di rito, in un susseguirsi di flash che portano il lettore avanti ed indietro nel tempo e nello spazio, con tempi narrativi che si allungano e si accorciano secondo le necessità rendendo la lettura di questo libro piacevole e avvincente. Il tutto condito da uno stile, quello di Barrile, ancora attuale a distanza di più di vent’anni, che utilizza di quanto in quanto termini arcaici ed inconsueti atti a svelare l’età dell’autore.

Ma al di la della mera recensione del testo, ne “L’ultima linea di Piero Manzoni” c’è qualcosa di più. C’è il condensato di una Milano che non c’è più, che come i suoi navigli è stata sepolta sotto le nebbie del tempo e la cui memoria è legata alla sopravvivenza di testimonianze come quella di Barrile. C’è un percorso che ha portato questo libro fino a quello scaffale dove l’ho acquistato, e di cui se ne possono rinvenire alcune tracce in una nota biografica dell’autore che racconta:

Quando pubblicai “L’ultima linea di Piero Manzoni” (1990), per vendere il libro, fra l’altro, mi recai per alcune mattine alla Stazione Centrale di Milano. Salivo sull’Euro Star, il super rapido per Roma in attesa di partenza, e lo giravo tutto per la tentata vendita del libro. Ne vendetti parecchi ma desistetti dopo circa otto giorni perché avevo notato che altri personaggi giravano il treno con lo stesso intento. Si trattava di questuanti e di venditori ambulanti di piccoli oggetti. Questo mi disanimò. Curiose erano le dediche che facevo sui libri e che sempre mi venivano richieste. Prima della firma indicavo la sigla del treno e l’orario di partenza, Stazione Centrale di Milano e la data. Oggi quei libri, se sono stati conservati, avrebbero un valore. A comprarmi i libri erano soprattutto le donne. Giovani, dai 25 ai 40 anni. Messaggio Terra ha sempre avuto un grande ascendente sulle donne.
In seguito, tutti i mesi per oltre un anno, in occasione del Mercatino dell’Antiquariato in via Fiori Chiari a Milano, mi piazzavo davanti al numero sedici (ultimo studio di Piero Manzoni) per la tentata vendita del mio libro. E ne vendetti parecchi.

E infine, ultimo ma non certo per importanza, c’è il contributo di Aldo Spinelli (artista ed enigmista milanese che ho avuto il piacere di conoscere anni fa) che in modo quasi metareferenziale compare all’interno del racconto. Un cameo letterario inaspettato quanto gradito che ha reso la lettura di questo libro ancora più ricca di senso, quasi a voler ribadire il mio personale legame con questa città dalle mille storie. Storie celate nello scaffale di una libreria che aspettano solo di essere lette.

Lascia un commento