[MY EDU] Da chi ho imparato a fare quello che mi ostino ancora a fare nonostante tutto
[3 TIME] Le passioni che mantengono in vita la mia materia grigia
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[NAVIGANDO QUA E LA] Il risultato di notti insonni passate di fronte ad un terminale
[PHOTOM@NIAC] La realtà del mio mondo vista da dietro un obiettivo
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23 Luglio 2008 [RIFLESSIONI A CASO SULLA SITUAZIONE IN GENERALE]
I'm with everyone and yet not Got to get away from here I miss the one that I love a lot I miss the one that I love a lot I love her (Bush - "Swallowed")
Corro. Sono le 21:15 di un mercoledì di Luglio un po' particolare. Quelle giornate un po' intense che iniziano così senza che tu effettivamente l'abbia voluto. Una mail. Una risposta. Un'altra ancora. E poi tutto quello che c'é da fare nel frattempo. E non é poco. Il biglietto del concerto che arriva dopo qualche giorno di attesa. E tu che sei li, indeciso se ridere o stringere i pugni.
Situazioni ambigue. Come adesso, mentre sto attraversando di corsa il parco, con il cuore a 160 bpm, l'andatura sostenuta, il fiato regolare, ed il viso imperlato da quelle gocce che potrebbero essere sudore, ma si confondo con le lacrime, mentre ascolto "Smell like teen spirit", l'inno della mia generazione.
Me ne frego. Devo fuggire da tutto questo. Aumento il passo. Prendo il rettilineo e accenno uno scatto. Le lacrime, il sudore, scorrono via mentre le gambe vanno, sempre più veloci, quasi a voler decollare, con l'erba che oppone resistenza. I polmoni chiedono ossigeno, la bocca si apre come a voler assorbire quanta più aria possibile, mentre uno stormo di moscerini mi si spiaccica sulla faccia, sulla maglietta, e l'aria che passa in mezzo agli auricolari mi fischia nelle orecchie.
Le braccia si irrigidiscono e descrivono quel moto pendolare che mi aiuta a proseguire, ancora qualche metro, in questo tentativo di fuga. L'ho già detto altre volte. Non puoi fuggire da qualcosa o da qualcuno. Tutt'al più puoi decidere se conviverci. O in alternativa mandarlo affanculo. E' una scelta. Ed é quello che ti si chiede. Scegliere.
Termine dello scatto. Il cuore é a 180 bpm. Mi é sembrato lo fosse già da stamattina. Non vivevo emozioni così intense da troppo tempo. Forse non le avevo ancora mai vissute. A volte ti accarezzano, altre ti feriscono. E vedi quel sangue che da sempre scorre nelle tue vene. Lo senti solo adesso mentre attraversa il tuo corpo, mosso da quel qualcosa che ancora non ti riesci a spiegare.
Il sole é tramontato. Ancora 10 minuti per la strada. Ne avresti di fiato per altri 10, forse 20. Il cervello é troppo occupato a pensare ad altro per poter elaborare lo stimolo della fatica. A volte é più faticoso pensare che correre. E d'altra parte anche stavolta hai provato a fuggire. Ma sei di nuovo al punto di partenza, come tutte le sere.
16 Giugno 2008 [NON CHIAMATEMI, NON CERCATEMI, NON RISPONDO A NESSUNO... A MENO CHE NON VOGLIATE ESSERE MANDATI IN QUEL POSTO PER DIRETTISSIMA...]
No, no, in culo a te, Montgomery Brogan. Avevi tutto e l'hai buttato via, BRUTTO TESTA DI CAZZO!
7 Luglio 2008 [E POI... SENTIRSI SALLY PER UN ATTIMO]
E mentre sto rientrando alla base dopo un'ora di corsa, il mio lettore mp3 tira fuori la strofa di questa canzone, che descrive perfettamente la scena:
Sally cammina per la strada..."leggera"... ormai è sera... "si accendono le luci dei lampioni"... "tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni".. ed un pensiero le passa per la testa "forse la vita non è stata tutta persa"... forse qualcosa "s'è salvato"!!... forse davvero!...non è stato "poi tutto sbagliato"! "forse era giusto così!?!".... ........eheheheh!......... forse ma forse ma si.... cosa vuoi che ti dica io senti che bel rumore
I hurt myself today to see if I still feel I focus on the pain the only thing that's real
(Johnny Cash - “Hurt”)
Quando devo riflettere prendo l'auto e comincio a girare la tangenziale.
La tangenziale ti porta ovunque e ti porta da nessuna parte. E' il luogo ideale per perdersi, in tutti i sensi. Prendo il mio cd di brani con accordi minori, lo metto in sottofondo e comincio a guidare, una tacca al di sotto del limite di velocità.
Guido, senza badare troppo alle uscite. Stasera non rientrerò alla base finchè non mi sarò dato delle risposte plausibili. Ma più vado avanti, più non riesco a capire cosa sia stato alla base del suo comportamento. Perchè non me l'ha detto prima? E perchè soprattutto me lo dice adesso, quando sarebbe bastato non dirmelo affatto? Non mi ha forse visto impallidire nel momento in cui me l'ha detto? Non ha forse letto quello stupore che si era palesato sul mio viso? Non ha forse visto anche lei quell'espressione incredula e al contempo delusa? Non ha sentito anche lei il rumore sordo dello stocco inferto? E quella vibrazione simile ad un urlo che veniva da dentro, possibile non l'abbia avvertita anche lei?
Beh, ammetto di non essere particolarmente portato ad esprimere con franchezza e linearità i miei sentimenti. Ma a volte mi piacerebbe avere la certezza che chi mi sta vicino questi sentimenti li capisca comunque. Certezza che in occasioni come queste prende e va a farsi un giro in tangenziale proprio come sto facendo io in questo momento.
L'origine dei Linoleum76, come potete leggere dalla nostra Bio, si perde nelle nebbie della memoria. E l'unica a poter raccontare oggi questa storia é forse la nostra Cristina, che del nucleo primordiale di questa band faceva parte.
Tuttavia, era il 2 Luglio del 2007 quando la nuova sezione ritmica (formata da Alessandro e da Roberto) entrava per la prima volta in sala prove per una sorta di audizione formale. Ed anche questa storia, ora come ora potrebbe raccontarla solamente la Cristina, visto che la Ste (già parte del gruppo) ci avrebbe ascoltati solamente la settimana successiva.
Beh, insomma, bisognava pure trovare una data per poter festeggiare questa ricorrenza, no?! E quel 2 Luglio ci é sembrato plausibilmente l'inzio di una nuova stagione musicale, che di li a poco avrebbe visto avvicendarsi tanti cambiamenti.
In un anno abbiamo cambiato nome, ma abbiamo anche perso un cantante e un buon numero di pezzi del nostro repertorio. Una perdita trascurabile ad ogni buon conto se pensiamo a tutto quello che in seguito avremmo portato con noi: una scaletta molto più coerente e adattata ai nostri gusti ed ai gusti del nostro pubblico, una primavera ed un estate all'insegna di una serie di concerti che (almeno per noi) sono stati memorabili.
Un anno di esperienze e di insegnamenti che per quanto ci é stato possibile abbiamo fatto nostri. Un anno che ha avuto talvolta i suoi momenti di fiacca e di scazzi, dai quali però ne siamo usciti spesso più rafforzati di prima. Un anno di incontri, di facce, di amici vecchi e nuovi che ci hanno seguito fuori e dentro la sala prove. Un anno di crescita musicale e personale. E una storia ancora tutta da scrivere.
Dicono che la vita nel cono d'ombra sia piacevole dopotutto.
Il cono d'ombra. Quella situazione di sospensione, di stasi tra una cosa e l'altra. Quel momento in cui una parentesi si é appena chiusa e un'altra, magari ancor più entusiasmante della precedente, deve ancora aprirsi. Quella situazione di calma apparente che dovrebbe implicare una sorta di riflessione, l'attimo per poter riprendere fiato, mettere a posto qualche questione ancora in sospeso e prepararsi a quello che verrà dopo.
Quell'attimo che però diviene a volte anche snervante attesa, specie quando si ha l'impressione che quel qualcosa o qualcuno di importante stia facendo rotta verso di te, e che volendo potresti andargli incontro a tua volta. Volendo ma non potendo.
Non é semplice la vita nel cono d'ombra. Quando ci sei dentro stacchi per un momento la spina con il mondo: nessuna chiamata, non un messaggio, nessuno con cui poter uscire a bere qualcosa. E la strana sensazione che le persone su cui contavi siano troppo impegnate a fare altro.
Una cosa sola ti tiene sveglio, mentre sei nel cono d'ombra: la consapevolezza che al momento prestabilito riprenderanno le comunicazioni. E che in quel momento non potrai farti trovare impreparato, spiazzato da quello che, allora sì, sarà finalmente arrivato.
E' duro rimanere svegli mentre si é nel cono d'ombra. L'abbandono momentaneo della propria sfera sociale prelude un abbandono di se stessi. Quell'abbandono che in parte serve per diventare altro da se ed analizzare la propria vita come lo farebbe una persona diversa da noi, alienata dal nostro universo. Quell'abbandono che però, se é vero che riesce a creare qualcosa, ne distrugge altre.
Ed é in momenti come questo che ci si chiede se é proprio il caso di mettersi li aspettare quel qualcosa di nuovo che dovrebbe renderci migliori, piuttosto che continuare a fare quello che finora si é sempre fatto, lasciando l'attesa nell'indifferenza di chi le cose, anziche attenderle, le afferra non appena le vede passare.
"A volte incontri gente che non avresti mai pensato di incontrare senza neanche aver pensato di volerla incontrare...". Questo avevo scritto ieri sera sul mio profilo di Facebook, oltre che una mail chilometrica destinata ad una ragazza che ho conosciuto due sere fa di sfuggita. Ma che mi sembra di conoscere da sempre.
Sono entrato nel giro dei social network (o per meglio dire, nel risucchiante giro dei social network) da circa un mese, più o meno da quando la Stefania mi ha detto con fare entusiasta (come dicono tutti dopo averlo provato): "Ale devi iscriverti a Facebook! Trovi un sacco di gente che conosci! E' il futuro delle community su Internet!". Si comincia così, avvicinandosi al fenomeno con un po' di sano scetticismo. E si arriva a fare quello che ho descritto qualche riga più sopra. Dimenticate la logica Myspace, dove tutti addano tutti senza neanche sapere con chi hanno a che fare. Questi network di nuova generazione sono fatti per tenere in contatto gente che già si conosce e con cui già si interagisce nella vita reale. E danno la possibilità di vivere veramente in quel villaggio globale in cui tutti possono sapere qualcosa di più di quelli che li circondano, rimanendo costantemente aggiornati su quello che accade nella propria cerchia di conoscenze: compleanni, foto, viaggi, amicizie, passioni...
E proprio grazie ad uno di questi social network, ho potuto approfondire la conoscenza della ragazza destinataria della lettera di ieri sera. Un incontro di sfuggita, durato un paio d'ore, in occasione del saggio di una scuola di canto. I soliti discorsi (che tanto soliti poi non sono) sui locali, sulla musica e sulle band. La possibilità di portare avanti un progetto musicale in comune. E di seguito, lo scambio di riferimenti on-line per poter proseguire il discorso. Ed é così che cominciando dapprima a navigare sul Myspace del suo gruppo e poi sulla sua pagina di Facebook, sono entrato in contatto con lei, con la sua passione per il canto e per la musica, con il suo blog di pensieri che é riuscito a rapire la mia attenzione, e a tenermi incollato allo schermo per ore, guardando foto e video, leggendo riga dopo riga quelle cose che, come poi gli ho detto, avrei scritto anch'io esattamente così, mentre la sua voce nelle cuffie del mio lettore mp3 cantava "I'm on fire" di Springsteen.
Puoi dire di conoscere una persona anche se l'hai vista solo per un paio d'ore? Puoi dire di sapere tutto di lei solo perchè hai letto qualcosa che lei potrebbe anche non aver scritto o pensato? Sei sicuro che mandargli una mail così spontanea di complimenti e di incoraggiamento sia la cosa giusta da fare? Non ho una risposta a tutto questo, per ora. Ma sono portato a pensare che neanche la più artificiale e costruita delle persone possa spargere così tante bugie sulla rete senza mai contraddirsi, dando un'immagine di se così coerente benchè così straordinariamente affascinante. Che é difficile riuscire a catturare l'attenzione di chiunque senza neanche avergli detto una sola volta chi sei, cosa fai, che cosa ti porta a svegliarti tutte le mattine ed alzarti dal letto.
Al contrario, lei ci é riuscita benissimo. Fin troppo. Stamattina ho letto il suo blog. Parlava di una mail stupenda che gli era arrivata. E il minimo che potessi fare era scrivere queste poche righe.
E se ancora non siete convinti, ditemi se anche a voi questa voce non smuove qualcosa dentro che adesso come adesso non saprei neanche descrivere...
Lo avevo già scritto da qualche parte. Probabilmente non qui. E forse non a proposito della maratona, anche se il concetto fondamentamente é lo stesso.
Stramilano 2008. Mi sono iscritto ieri. E già solo il fatto di essere riuscito a prendere l'ultima pettorina rimasta al Decathlon di Cinisello aveva conferito all'evento quel non so che di leggendario, come se fosse chiaro fin dal principio che questa maratona l'avrei corsa. Di fondo l'incertezza che si ha quando si prende parte ad una simile manifestazione all'ultimo minuto, senza sapere di preciso cosa fare e come farlo. Ma poi, al segnale convenuto sotto lo sguardo vigile della Madonnina, ho mosso i primi passi di un percorso che sarebbe durato 12 km, immerso in un mare, o meglio in un fiume di folla.
Poter vedere Milano per un giorno chiusa al traffico, attraversarla con le cuffie nelle orecchie mentre sta passando un pezzo di Venditti che ad un certo punto dice:
e quando pensi che sia finita / é proprio allora che incomincia la salita / Che fantastica storia é la vita
e guardare la gente intorno che segue la corrente, ognuno con i suoi vestiti, la sua andatura ed un modo di affrontare questa sfida sicuramente diverso dal tuo, da da pensare. E qualche pensiero, mentre il sudore cominciava a bagnare la maglietta ed i muscoli si stavano riscalndando, qualche pensiero dicevo si é palesato.
La maratona é una bella metafora, o se volete, una buona approssimazione della vita. C'é una partenza, c'é un'arrivo, ci sono dei traguardi intermedi. Ci sono i cartelli che segnano le tappe che hai raggiunto e quelle ancora da raggiungere. C'é chi preferisce guardare invece che correre, a volte incoraggiandoti, a volte guardandoti con sufficienza o peggio ancora con derisione. C'é il punto di ristoro che invita a fermarti dietro la promessa di una bottiglietta di Gatorade e di qualche spilletta offerta da una ragazza avvenente. E in tutto questo ci siamo noi. Ciascuno di noi. Perchè puoi essere circondato da decine di amici, che a volte ti aspetteranno (o che sarai tu ad aspettare) ed altre ti lasceranno fare il tuo passo. Ma fondamentalmente si corre da soli. Sei tu che senti la fatica, tu che decidi quando correre o quando fermarti. Alzi lo sguardo e vedi intorno a te la gente che corre. Alcuni li sorpasserai, da altri verrai sorpassato. Puoi ammirarli, compatirli o forse ostinarti a non comprenderli. A loro questo non interessa. Tutto quello che ti appartiene é il corpo che stai portando verso il traguardo, tra una vescica al piede e la pila del lettore mp3 che finisce. Ed é anche in momenti come questi, anzi soprattutto in momenti come questi che dopo esserti fermato un attimo ed aver osservato che gli altri vanno avanti, devi riprendere a correre, senza pensare a quanto hai già percorso (anche se incoraggiante) e quanti chilometri ti separano dall'arrivo. Pensi a tutto questo, mentre l'aria ti passa nei polmoni e ormai le gambe sembrano quasi andare da sole, con un incedere che ha quasi l'idea di un decollo, ed un'increspatura ai lati della bocca che potrebbe anche sembrare un sorriso.
Raggiungo il traguardo in 1 ora e 23 minuti. Il mio record personale. La fatica e il sudore ci sono, anche se l'affanno non é quello di qualche anno fa, merito soprattutto della palestra e di qualche accorgimento tecnico legato alla scelta dell'abbigliamento e delle cose da portare con me. Un po' di stretching, un minimo di recupero sul campo dell'Arena Civica in giro per gli stand degli sponsor, poi il rientro durato più del dovuto in assenza del navigatore e delle indicazioni per raggiungere la metropolitana che mi avrebbe portato alla macchina e successivamente alla base.
Un fine settimana intenso, iniziato con una inconsueta quanto gradita cena a base di Sushi preparata da Ozzy ed i suoi amici (tra cui Emanuele, il padrone di casa, cui va un ringraziamento particolare per la serata davvero riuscita). Un'esperienza nuova e l'occasione per conoscere e presentarsi a persone nuove, in compagnia di quello che ormai é il mio gruppo fuori e dentro la sala prove. E a tale proposito ci sarebbe tanto da raccontare. Ma non stasera.
Le avevo detto che stasera avrei scritto qualcosa su di lei. La prima cosa che mi sarebbe venuta in mente, così, di getto. E lei, immancabilmente, aveva detto che probabilmente, se fosse stato come le altre volte, avrei scritto una quarantina di pagine. Proverò a convincerla che si sbagliava. Forse…
Il fatto è che non posso fare a meno di sorridere quando è vicino a me. Di quei sorrisi che riescono a farti vedere l’altro lato (sempre che esista) delle cose. Sono un tipo piuttosto ansioso. Come molti ometti ho le mie paure, le mie preoccupazioni, a volte anche le mie buone paranoie. Ma basta parlare un attimo con lei che tutto questo, almeno per qualche secondo, scompare. E torno a dare il meglio (sempre che esista anche questo) di me stesso. Ad essere anch’io una persona positiva. Anche di fronte alle piccole incazzature che mi capitano ogni tanto, come il vano batteria del basso che si schianta o l’automobile vittima del solito parcheggio “bim bum bam”.
Sorride quando dico “vaffancuore”. Ride di me e delle mie piccole fisse. O forse è meglio dire che ride con me. Perché da quando la conosco sto imparando a prendermi meno sul serio e a dare il giusto peso alle cose. E questo è bene.
Adesso magari starà leggendo queste righe. E se penso a lei mi viene in mente una canzone dei Mr. Big. Questa per l’esattezza:
E' passata poco più di una settimana. Ma ho ancora le orecchie, gli occhi e il cuore pieni dei profumi e dei sapori di questa serata. Sono davanti al pc da qualche minuto. Lo sono da qualche giorno. Mancanza di ispirazione? No. Tutt’altro. E’ che vorrei trasmettervi ogni singola sensazione, raccontarvi ogni singolo attimo che ha fatto da sfondo a questa esperienza straordinaria. Ma con questo, non vorrei neanche rischiare di farvi perdere uno dei momenti più memorabili che questa band ha finora vissuto. E’ la solita storia del sufflè: se lo lasci troppo in forno prima o poi esplode e si sgonfia.
Giovedì al Marmaja di Cusano Milanino. Live. Dopo 10 anni di astinenza da palco. E nella nuova veste di bassista. Con un gruppo alla sua prima esperienza dal vivo. Erano tanti i pensieri che affollavano la mia testa prima di salire sul palco: saremo all'altezza delle aspettative del nostro pubblico? Filerà tutto liscio? Oppure il batterista perderà le bacchette, alla chitarrista si romperà una corda? Chiederanno di pagare per entrare ed altre cose di questo tipo? Riuscirò a suonare senza farmi bloccare dall'emozione? E quanta gente verrà?
Questo pensavo quando alle 19:45 di Giovedì 28 Febbraio 2008 la mia macchina viaggiava ne un chilometro al di sopra ne un chilometro al di sotto del limite sulla Tangenziale Nord, con il navigatore che puntava dritto verso l’uscita della Vecchia Valassina e che, quasi a prendermi in giro, stimava in 10 minuti il tempo di arrivo alla destinazione prefissata. 10 minuti. Sarei arrivato in anticipo. La rocambolesca corsa verso casa forse era servita a qualcosa. In poco meno di 20 minuti ero riuscito a cambiarmi e a prendere su la strumentazione che, come al solito, non avevo ancora infilato nelle custodie. E adesso mi trovavo con le mani sul volante, chiedendomi se in tutta quella corsa non avessi dimenticato di prendere qualcosa tipo il basso o il jack, immaginando il percorso a ritroso per recuperare i pezzi mancanti.
Ma stranamente, a quanto pare, non avevo dimenticato nulla. Anzi, ero quasi tranquillo ora che la mia macchina era la sola a fare bella figura di se, in pole position davanti al Marmaja. L’attesa di qualche minuto, aspettando che qualcuno della band si palesasse sul piazzale. Arrivano le 20:05. Ancora nessuno. A questo punto penso siano già tutti dentro. Provo ad entrare dall’ingresso principale, che però è chiuso. Qualche minuto dopo arriva qualcuno, che come nelle migliori delle barzellette mi squadra, si guarda un po’ attorno, poi entra dalla porticina affianco all’ingresso che è aperta. Dopo qualche esitazione lo seguo ed entro anch’io. Ad attendermi dentro il locale Eros, che sta già armeggiando alla console, ed il suo collega dietro il bancone. Dei miei ancora nessuno. “Sei il batterista?” mi chiedono. “No sono il bassista”. D’altra parte non avevo con me neanche lo strumento. “Sei in anticipo”. Strano vero? “Si lo so. E’ che sono quello ritardatario del gruppo, e non volevo arrivare tardi proprio al sound check del nostro primo concerto”.
Il nostro primo concerto. Con quell’atmosfera da addetti ai lavori che potevo respirare in quel momento, con il locale ancora deserto, con le sedie ed i tavolini ben posizionati per accogliere un pubblico che, stando alle previsioni, sarebbe stato davvero numeroso. Diffido dalle previsioni in questi casi. Gente che ti dice “verrò di sicuro” e che poi per un motivo o per l’altro non ce la fa a raggiungerti. Anche mettendoci tutta la buona volontà. Anche sparandosi un viaggio di quattro ore, come aveva appena fatto Renato, fermo a Sesto Marelli aspettando qualcuno che lo venisse a prelevare. E con il sound check che inizierà in ritardo e chissà quando finirà. Temevo che avessimo cominciato senza di lui.
Non sarebbe stato lo stesso. Non senza di lui voglio dire. Lui, che si era prenotato mesi prima, che ci teneva così tanto a venire a vedere la mia prima volta da bassista. Lo stesso Renato che, come pochi altri, è stato sempre presente nei momenti che contano, che ha condiviso con me momenti belli ed ha indorato la pillola in quelli un po’ meno belli. Ero cosciente che se lui fosse stato al mio posto, avrebbe fatto di tutto pur di venirmi a prendere. Persino saltare il sound check o rimandare l’inizio del concerto. Mezz’ora di tragitto mi separavano dall’ingresso della Metropolitana rossa. E dovevo ancora attaccare il jack del mio basso all’amplificatore.
Immerso in questi pensieri agrodolci, Roberto, anzi no, Charlie fa la sua comparsa nel locale. “Mi aiuti a portare dentro un po’ di roba?”. Ovviamente si. In un paio di vai e vieni portiamo tutta la sua e la mia strumentazione sul palco. Non facciamo neanche in tempo a scambiarci le prime impressioni sul posto e sulla serata che dal fondo della strada vediamo arrivare la macchina della Cristina. C’è anche la Stefania con lei. Parcheggiano a qualche decina di metri da noi, scendono dalla macchina, prendono su borse e custodie. E mentre incedono con fare deciso verso di noi, non posso fare a meno di notarle. Mandate a letto i bambini gente. Perché stasera su questo pianeta lo spettacolo sarà decisamente sconsigliato ai minori ed ai deboli di cuore. Credevo di averci fatto l’abitudine, dopo anni di gruppi per soli uomini, ad avere al mio fianco due ragazze. Niente di più sbagliato, soprattutto adesso che le vedo all’ 80% del loro potenziale femminile. Ovviamente, normale amministrazione per qualcuno di voi, e dopotutto niente che possa far gridare allo scandalo persona alcuna. Ma ad un ometto fragile e sensibile come me basta veramente poco per farlo emozionare. E immagino, palesandola, l’emozione di Charlie che durante il concerto le avrà davanti tutto il tempo.
Ma non è solo il fatto di suonare con due meravigliose creature ed un batterista come se ne vedono pochi in giro che mi emoziona. Tutto quello che sta accadendo in questo momento ha un che di déja vu, di un’esperienza nuova ma che sembra abbia già vissuto. Ritorno con la mente a quell’ultima esibizione alla “Sagra della Bruschetta” di Osimo con gli Insect Kin. L’emozione del sound check in un palco allestito all’interno del rimorchio di un camion. L’ora prima del concerto trascorsa a ripassare la scaletta e a guardarmi negli occhi con i membri della band quasi a dirci “ma chi siamo? Come siamo riusciti ad arrivare fin qui?”. Anche se, in fin dei conti, si suonava a poche centinaia di metri da “Orietta e gli amici del liscio”. Quelle stesse sensazioni le stavo vivendo ora, a distanza di dieci anni, con la stessa intensità di allora, se non di più.
E mentre armeggiamo con gli strumenti nel tentativo di iniziare il soundcheck, per la prima volta dopo tre anni da quando ho intrapreso questa avventura, comincio veramente a sentirmi il bassista di un gruppo. Ragiono come un bassista. Mi muovo come un bassista. Capisco quello che passa per la testa di un bassista. Sembra stupido, ma finora non lo avevo ancora realizzato. Grandi personaggi, questi bassisti. Un po’ in ombra forse. Ma grandi personaggi veramente. Per un attimo penso a Luca, ex bassista dei Need her liver e persona con cui ho condiviso il palco da tastierista/cantante. Sapere che possa avere provato le stesse cose che sto provando io in questo momento lo fa sentire più vicino a me di quanto lo sia tuttora. Prendo il telefono dalla tasca del giubbotto e chiamo Renato. E’ sempre li che mi aspetta. Gli dico del sound check e delle difficoltà che ci sono nel recuperarlo. Da vero amico, quale effettivamente è, non si scompone di una virgola, mi dice di stare calmo e di finire per bene il soundcheck, poi si vedrà. Metto giù il telefono. Non può non esserci. Non stasera.
Il sound check inizia finalmente. Roberto è riuscito a montare la batteria. Aveva portato il minimo indispensabile, dal momento che si pensava dovessimo suonare con un altro gruppo. E invece eravamo da soli. Da soli, cazzo. A tirare avanti una serata, fosse anche quella di giovedì sera. Una grande opportunità, ma come sempre in questi casi, anche un evidente rischio che ci stavamo prendendo con un’inaspettata tranquillità. Anche adesso che il nostro batterista non riusciva ad incastrare il proprio rullante sulla base della batteria del locale, dopo aver tirato giù qualche insulto perché le viti delle meccaniche non stringevano i piatti a dovere.
Ma dopotutto come fai a non rimanere tranquillo quando tutti gli altri lo sono? Questi tre ragazzi che sono riusciti a portarmi dove altri, magari anche più preparati, non ce l’hanno fatta. E’ a loro che devo la mia gratitudine per questo piccolo momento di gloria. Non posso deluderli. Non adesso. Riesco a scorgere nei loro occhi la mia stessa emozione, ma c’è qualcosa di diverso. C’è quel non prendersi sul serio che così tanto ammiro della Cristina. C’è quell’espressione sicura e soddisfatta della Stefania che mi fa capire che è tutto come dovrebbe essere. E poi c’è Charlie, che un paio di volte mi prende da una parte e mi dice “Oh, mi devi stare vicino stasera, mi raccomando”. Ti starò attaccato come una zecca. Puoi contarci.
Il sound check procede. Eros sta facendo davvero un gran bel lavoro, tenendo conto che stiamo suonando all’interno di un circolo ricreativo. La resa sonora è fantastica, al di sopra di qualsiasi mia più florida aspettativa. La batteria di Charlie si sente netta e decisa. Le chitarre non mi rintronano in testa. La voce arriva chiara e scandita. E quando chiedo di alzarmi un po’ il basso in spia, il mio suono mi arriva come mai avrei minimamente immaginato.
Scendo dal palco con il basso attaccato a quei dieci metri di cavo che avevo recuperato pochi giorni prima a Cuneo con le ragazze. Voglio assicurarmi che anche la sala senta quello che stiamo sentendo noi lassù. Confermato. Non saremo i nuovi fenomeni del rock, ma quello che arriva dall’impianto è quantomeno gradevole. E mentre proviamo “Creep”, sul finire del pezzo distorto cominciano a comparire i primi avventori del locale. Sono tutti nostri amici e colleghi, questi ultimi nell’insolita versione “casual” che così di rado mi concedono. E nelle loro espressioni, in quelle loro prime battute, c’è la sorpresa di chi non ci aveva mai visto e sentito. Si sarà trattato probabilmente in gran parte di quei complimenti che si fanno comunque ad un amico, a prescindere da come effettivamente stiano le cose. Ma mi è parso di cogliere in questi un fondo di sincerità che non ha potuto che farmi piacere. Lo spettacolo sta iniziando. Per me è già iniziato da qualche ora.
La sala comincia a riempirsi. Ancora amici. Alcuni parenti. Il brusìo aumenta. Ed Eros attacca con un sottofondo rock per niente fastidioso. Al bancone cominciano a stappare le prime birre. E tra le tante persone che saluto e ringrazio per essere venute, Roberto (Tsam) e la sua ragazza fanno la loro comparsa. Non faccio neanche in tempo a salutarli che mi chiede di Renato, e si offre di andarlo a prendere al posto mio. Devo più di una birra a quest’uomo. Con un sorriso che significa gratitudine gli dico di si. Si dirige verso l’ingresso del locale. Ora devo solo aspettare mezz’ora per poter cominciare.
Ma riusciranno loro ad aspettare mezz’ora? Saranno più di una sessantina di persone, ormai li da più di un quarto d’ora. Tra loro c’è anche Livio Macchia, che è venuto a sentirci nonostante un accenno di influenza. C’è il papà della Cristina, pronto con la telecamera in mano a riprendere ogni singolo momento di quella esibizione. Ci sono Andrea, Daniela, Cristiano, Sara con il suo boyfriend, Flavio, Maurizio. E poi gli amici di Roberto, i fan della Stefania, Federica, Freddy, Marcello, Susanna, Ozzy, la Sarina e Antonio. Non basterebbe il rotolo di carta igenica del bagno in cui mi trovo in questo momento per poter menzionare ad uno ad uno tutti quelli che si trovano li. E mentre Charlie controlla che nessuno stia entrando, indosso la camicia nera e la cravatta per poter salire sul palco.
Passano alcuni minuti, che trascorro facendo nervosamente avanti e indietro per il locale, guardando l’orologio ed aspettando che il mio amico arrivi. Entro nel piccolo backstage dove trovo già la Stefania e la Cristina, che mi chiedono quando si inizia. Gli dico di aspettare ancora qualche minuto. Provo a chiamare Renato al telefonino ma non risponde. Faccio per uscire ed aspettarlo fuori dal locale, ma quando sono a metà strada, finalmente, lo vedo accompagnato da Tsam e dalla sua consorte. Un abbraccio. La felicità e la certezza che adesso tutto è veramente a posto.
Avviso Eros che tra poco si comincia. Rientro nel backstage. Ora c’è anche Charlie, che nel frattempo ha preso da parte la Cristina per concordare gli stacchi e le partenze. Lo vedo un po’ meno agitato di quanto lo fosse inizialmente. E alle sue preoccupazioni gli rispondo dicendogli solamente: ”Roberto, che problema c’è? Tu sei Charlie stasera!”. E’ proprio vero. Lui è Charlie. E’ quello che gli dici: “Roberto, questo pezzo fa così” e lui lo fa. Proprio come diceva Keith Richards del suo batterista. Richards aggiungeva anche che non c’è cosa più importante sul palco di un buon batterista di rock ‘n roll. E io quella sera ero sicuro di averne uno proprio al mio fianco.
Quello che è successo nel backstage in quei pochi minuti che ci separavano dall’inizio del concerto ha quasi il sapore di leggenda. Nessuno di voi era li in quel momento per poter toccare con mano cosa voglia dire essere un gruppo, aver trascorso mesi nel tentativo di creare insieme qualcosa di buono ed ora andarlo a proporre al proprio pubblico in una serata che ha dell’incredibile. Guardo i miei compagni negli occhi. Il brusio del pubblico che ci incita ad uscire. Come siamo riusciti ad arrivare fin qui? Ci stringiamo in cerchio per farci forza vicendevolmente. Non li ho mai visti così gasati. E si che ho sempre ritenuto di suonare con della gente motivata! No. Non li sento vicini a me. Mentre gridiamo “Merda! Merda! Merda!” prima di salire sul palco li sento CON me.
A questo punto la Cristina ama raccontare dell’esilarante esordio sul palco. Di quando Charlie comincia a chiedere “Chi entra per primo? No ragazzi io no!”. E di come io e la Stefania gli siamo andati sostanzialmente dietro. Alla fine è stata lei a fare per prima l’ingresso da dietro le quinte. Ho imbracciato il mio basso. Ho guardato Cristina. Ho guardato Stefania. Ho guardato Charlie, con approvazione. E sono partito con le prime note di “Big in Japan”. E da li in poi…
Da li in poi è stata tutta in discesa, se escludiamo la paura di non aver accordato il mio strumento a dovere. Paura che è subito scomparsa al termine del primo pezzo, sotto lo scrosciante primo applauso di un pubblico che non attendeva altro che batterci le mani. Eravamo la sopra. E l’impressione, la meravigliosa impressione era quella di stare suonando con gente che i palchi li batteva da una vita. Charlie non sbagliava un colpo quella sera. Nessuna corda rotta. Nessuno stop improvviso. Armonizzazioni ben fatte. E io che giravo per il palco saltellando qua e la e rischiando ad un certo punto di cadere clamorosamente a terra vittima del mio stesso cavo.
Di quell’ora non ho dei ricordi precisi. Solo dei flash. Come quando mi sono avvicinato alla cantante per terminare “Fiori d’arancio” con un MI basso talmente profondo da stupire anche me. O come quando ho visto qualcuno omaggiare le ragazze del gruppo con dei fiori. Per non parlare poi di quando ho preso in mano il microfono per fare un po’ di animazione. Quella battuta tributata ai Dagored e riferita a Charlie: “L’uomo del nostro tempo”. Le scuse a seguire della Cristina che potrebbe tranquillamente girare con una di quelle esilaranti magliette con la freccia con scritto “I’m with a stupid”. La conclusione del concerto sulle note di “I love rock ‘n roll”. E l’impressione che… cazzo ma come abbiamo fatto a mettere su una scaletta così azzeccata in meno di un’ora dentro ad un bar a Bresso? Me lo chiedevo ogni volta che la guardavo, attaccata sotto la cassa spia. Ne ho ancora una copia con me, in ricordo di quel fantastico giovedì sera.
Il resto è racchiuso in un VHS che sto rivedendo da giorni con gli occhi increduli di chi fa ancora fatica a convincersi di aver suonato in quella maniera, di aver dato vita a quella serata, di essere stato per un’ora il protagonista e l’oggetto delle conversazioni del giorno successivo. Tanti complimenti da parte di tutti. Inaspettati, come sempre in questi casi. E come sempre graditissimi. Un grazie a tutti voi. Pensavo a come tutto questo possa essersi realizzato soprattutto per merito del nostro pubblico, che ci ha motivato e sostenuto per tutta la durata del concerto ed anche nel prosieguo, quando dopo aver compilato con Charlie alcune scartoffie ed aver fatto un paio di foto assieme abbiamo concluso la serata fuori dal locale, cenando con un trancio di pizza offerto dal locale ed un Bacardi Breezer offerto da Andrea. Stanchi ed euforici allo stesso tempo. Alcuni di noi ubriachi. Ma dopotutto ci stava anche questo.
Cristina. Stefania. Roberto. Sono la mia band. I Linoleum76. Sono fiero di essere il loro bassista. E questa per me è stata l'ora più memorabile da qualche anno a questa parte.
E' Sabato 1 Marzo 2008. Sono le 22:26. E siete sintonizzati su Radio M@ntin.it, in diretta solo per voi questa sera.
E questa sera esce dalla classifica dopo mesi di permanenza alla numero 1 lei. Si ragazzi, avete capito bene. Proprio lei, che in questo momento sta leggendo queste righe con l'indifferenza e la freddezza di un pezzo di metallo, donna incapace di provare financo un sentimento di pietà verso il prossimo. Proprio lei che già avrà adescato l'ennesimo orsacchiotto di peluche vinto al tiro a segno, pronta a scomparire quando la situazione precipita. Proprio lei che ha come la strana idea di vivere al centro del mondo, e a cui dedichiamo questo simpatico pezzo degli Elio e le Storie Tese:
Fai tranquillamente finta che non te ne freghi niente come al tuo solito. Anche perchè dopotutto non c'é nessuna conclusione da trarre. Riusciamo benissimo a fregarci da soli. E come sempre non c'é peggior sordo di chi non vuol sentire. Con le orecchie e con il cuore.
In giro su di te dicono CERTE COSE... Ascolto questa canzone in loop da qualche minuto. Ti entra in testa. La tipa con la bocca fa CERTE COSE... Accordi minori. Un inizio volutamente e falsamente stentato. Paese piccolo la gente mormora CAZZATE la gente piccola mormora e quella grande tace. Quell'effetto glissato e digitale. Mi aiuta a pensare. A scrivere senza filtro queste righe. E' anche vero che quando dico cazzate tossico (coff, coff).
E' stata una giornata di un'ambiguità come raramente succede. Ma cosa sto scrivendo? La sto correggendo la grammatica di questo pezzo? No, stasera no. A ruota libera. Ho bevuto? No, stasera no. Ma sono nella stessa condizione. Lo stesso annullamento mentale. O forse al contrario la stessa apertura mentale di chi non frena il proprio pensiero. Perchè oggi di cose (certe cose) ne ho pensate parecchie. Ma che cosa succede? Cambiamo pezzo. Questi sono i Radiohead. No Suprises. La morfina musicale. La ricerca di un conforto che non riesco a trovare da nessuna parte stasera. Quanto riesce ad ispirare la musica. Lo comprendo ora. Mi é chiaro come non lo era mai stato finora, con le cuffie nelle orecchie e le mani che se ne vanno sulla tastiera guidate da qualcosa che non é necessariamente la mia testa. O che forse lo é nella maniera più intima e smaliziata. No alarms and no surprises, please. Non sarà l'ultima volta che scriverò in queste condizioni. Such a pretty house and such a pretty garden. Vorrei fosse l'ultima volta, ma ce ne saranno altre, my friend. Quel giro di basso che conclude il pezzo. Melatonina allo stato puro.
Rifacciamoci qualcosa di forte. Pearl Jam. Caricati. Brain of J. Anzi no. Spengo e riaccendo. Do the evolution.
I'm a beast, I'm a man. Siamo bestie, siamo uomini. E' inutile che pensi il contrario my friend. It's evolution baby. Tu che giri di stanza in stanza e te ne vai senza salutare. La birra nel frigo si paga. E anche la tv via cavo, che trasmette quei programmi che segui la sera e rinneghi la mattina. Non ne vorresti sentire parlare. Mi dispiace. It's evolution, baby.
E anche tu. Come on, come on. Ce n'é per tutti stasera. Ripartiamo con il pezzo. WOOOOOOOOO. Anche tu, si, che con la tua innocenza mi dici che stasera non puoi, e nemmeno domani. E non potrai per tutta la prossima settimana. Si, proprio come a dirmi: "It's evolution baby". Io che dovrei capire ciò che non c'é da capire con te, ciò che non vorrei mai capire. Tu che sei una donna indipendente. L'altra che é uno spirito libero. E io nel mezzo dei vostri programmi che non riesco a combaciare.
Arrivano i R.E.M. It' been a bad day. No, non é vero. Stasera sono andato a vedere Ale e Franz. Sono bravissimi. E c'era anche Anna Falchi. Non l'avevo mai vista dal vivo. Ed é bella ed eterea. Si, bella ed eterea, come non vorresti mai sentire, amica mia. Tu che vorresti solo amicizia. Io che non ce la faccio e ti restituisco solo amore. E tu li, a farmi capire che non é il caso. Tu che cammini nel paradiso e che non chiami per tutta la settimana. Proprio come dicono i Need her liver. Dove li ho messi? Eccoli. Season's Fair. La bellezza di stagione.
Sono confuso. Che cosa ho in questo momento? Ho una chitarrista, una cantante, una donna che non é mia. She's so fabulous in this game of getting me. E lo sa. Ho un batterista ed un insegnante di basso. Ho tante di quelle esperienze che non mi sembra di averle vissute tutte solo nei sei mesi appena trascorsi. Ho delle amiche milanesi e degli amici anconetani. Alcune ne ho guadagnate, altri me li sto perdendo per strada. I wanna definetly rise and take a deal. Graffiano le chitarre. Don't you know what I feel?
Better man. Non la ascoltavo da anni. Dal 1999. Waiting, watching the clock. Gran chitarra. Gran voce. Can't find a better man? Can't find a better woman? Me lo chiedo anch'io. Ogni uomo ha un numero imprecisato di donne a testa. Di queste almeno cinque sono delle stronze. Ci sei anche tu, my friend? Guardati allo specchio. Lasciati guardare. Lasciati sognare. Lasciati amare, almeno per un istante. In questo riff di accordi maggiori che lasciano ben sperare. Tra lo stacco della batteria ed il fragoroso riprendere del ritornello. Can't find a better man? Devi sempre andare in cerca dei peggiori stronzi che ti vedono solo per quello che sei veramente? Loro me l'hanno detto di lasciar perdere, che ti strusci contro gli altri. E io continuo a non dargli retta.
In giro su di me dicono CERTE COSE. E siamo tornati all'inizio del pezzo. Ma nel frattempo certe cose te le ho dette. Ti vedo baby e penso CERTE COSE.
Il concerto del 15 é stato rimandato per ragioni di agibilità del locale. Tutto sommato non mi dispiace, se non per le persone che si erano tenute il Sabato sera libero per venirci ad ascoltare. Dopotutto nel corso di questa settimana abbiamo realizzato una demo dalle sonorità apprezzabili, e comunque non sarebbe stata questa serata a stabilire il percorso della band, che a soli sei mesi dalla sua formazione ha già dovuto mettere in discussione alcune cose. Cose per certi aspetti fondamentali (come l'uscita dal gruppo del cantante), che hanno comunque messo alla prova la compattezza del gruppo, che ne é uscito più consapevole e rafforzato.
Nonostante questo, stasera mi va di ascoltare questo pezzo dei Negramaro:
Parla in fretta e non pensar se quel che dici può far male perchè mai io dovrei fingere di esser fragile come tu mi (VUOI)
(VUOI) nasconderti in silenzi mille volte già concessi tanto poi tu lo sai riuscirei sempre a convincermi che tutto scorre
usami, straziami strappami l'anima fai di me quello che vuoi tanto non cambia l'idea che ormai ho di te: verde coniglio dalle mille facce buffe
dimmi ancora quanto pesa la tua maschera di cera tanto poi tu lo sai si scioglierà come fosse neve al sol mentre tutto scorre
usami, straziami strappami l'anima fai di me quello che vuoi tanto non cambia l'idea che ormai ho di te: verde coniglio dalle mille facce buffe
Sparami addosso bersaglio mancato Provaci ancora è un campo minato Quello che resta del nostro passato Non rinnegarlo è tempo sprecato Macchie indelebili coprirle è un reato Scagli la pietra chi è senza peccato Scagli la pietra chi è senza peccato Scagliala tu perché ho tutto sbagliato
usami, straziami strappami l'anima fai di me quello che vuoi tanto non cambia l'idea che ormai ho di te: verde coniglio dalle mille facce buffe
Sparami addosso bersaglio mancato Provaci ancora è un campo minato Quello che resta del nostro passato Non rinnegarlo è tempo sprecato Macchie indelebili coprirle è un reato Scagli la pietra chi è senza peccato Scagli la pietra chi è senza peccato Scagliala tu perché ho tutto sbagliato!
Adesso basta cazzeggiare. Fine della parentesi romantica (almeno per voi). Parliamo di questo:
E' la mia band. E ci esibiremo il 15 di Dicembre presso il dopolavoro ferroviario di Milano. E' la nostra prima data ufficiale. Siamo emozionatissimi. E vorremmo foste dei nostri per condividere con voi questo momento, a prescindere da come andrà la serata.
Lei si é rifatta sentire. O meglio, io mi sono rifatto sentire. Ma ho come l'impressione che qualcosa si sia rotto. Involontariamente. Ma inevitabilmente. E adesso mi viene in mente una canzone dei Five for Fighting. Questa canzone dei Five for Fighting:
I can’t stand to fly I’m not that naive I’m just out to find The better part of me
I’m more than a bird... i’m more than a plane... More than some pretty face beside a train It’s not easy to be me
Wish that I could cry Fall upon my knees Find a way to lie About a home I’ll never see
It may sound absurd... but don’t be naive Even heroes have the right to bleed I may be disturbed... but won’t you concede Even heroes have the right to dream It’s not easy to be me
Up, up and away... away from me It’s all right... you can all sleep sound tonight I’m not crazy...or anything...
I can’t stand to fly I’m not that naive Men weren’t meant to ride With clouds between their knees
I’m only a man in a silly red sheet Digging for kryptonite on this one way street Only a man in a funny red sheet Looking for special things inside of me Inside of me Inside me Yeah, inside me Inside of me
I’m only a man In a funny red sheet I’m only a man Looking for a dream
I’m only a man In a funny red sheet And it’s not easy, hmmm, hmmm, hmmm...
Its not easy to be me
Non posso sempre volare Non sono così ingenuo Sto solo cercando di trovare la parte migliore di me
Sono più di un uccello... sono più di un aereoplano... Più di qualche bella faccia accanto ad un treno Non è facile essere me
Vorrei poter piangere Cadere sulle mie ginocchia trovare un modo per stare in una casa che mai vedrò
Può sembrare assurdo... ma non essere è da ingenui... Anche gli eroi hanno il diritto di sanguinare Potrei anche essere pazzo... ma ammetterai che anche gli eroi hanno il diritto di sognare non è facile essere me
Su, su e via... via da me va tutto bene... potete tutti dormire profondamente stanotte Non sono pazzo o cose del genere
Non posso sempre volare Non sono così ingenuo Gli uomini non sono stati creati per vivere con le ginocchia fra le nuvole
Sono solo un uomo dentro in una stupida tuta rossa scavando per la Criptonite in questa via a senso unico solo un uomo in una divertente tuta rossa Cercando qualcosa di speciale dentro di me
Non c'é molto da scrivere oggi. Quando le cose girano così, l'unico modo che ho per darvi un'idea di quello che sto provando é esprimermi attraverso la musica ed i video che in qualche modo la rappresentanto. Vediamo se riesco a trasmettervi qualcosa. La giornata é cominciata così:
ed é finita così:
Quello che però conta, al di la di tutto, é aver capito che in certi momenti, anche se puoi arrivare a pensare di avere le tue buone e valide ragioni, litigare é la cosa più stupida che puoi fare, specie con le persone cui vuoi bene. Aveva ragione John Legend: "We're just ordinary people, we don't know which way to go".
Se in questo momento siete un po' giù per qualsiasi motivo, cliccate pure su questo video. Non risolverà i vostri problemi, ma almeno vi regalerà qualche buona vibrazione per ripartire:
Prendi un giorno, il più bello che possiedi, ha il colore che non dimenticherai mai
Lascia il pianto Dove il sole lo riscalderà Nel momento In cui alla vita ti richiamerà
E’ per te Che sorriderai, Sarà il tempo di viver Le cose che hai, E’ per te
E quel giorno Poi riportalo a me, ne avrò cura, è una parte di te!
Ciò che ho perso È solo a un passo da me, l’ho lasciato e lo riprendo perché
E’ per te e sorriderai, Sarà il tempo di viver Le cose che hai, E’ per te
E quaggiù in città Gira voce già Che la vita è un gioco, è l’unica che hai! C’è un pensiero che Puoi trovare se Guardi dritto in fronte a te ed è Tutto quello che ti serve Per cambiare e ricordare Che stai bene ed
E’ per te Che sorriderai, Sarà il tempo di viver Le cose che hai
E’ per te che sorriderai Sarà il tempo di viver le cose che hai, questo è il tempo di viver le cose che hai,
è per te che lo fai…
Senza tanti giri di parole, tanto lo avrete capito benissimo anche da soli. Stasera non é una di quelle serate che definirei memorabile. Sono solo, e per giunta ho litigato con una delle persone cui voglio più bene in questo momento (il nome Giulia vi dice niente?). Quello di cui avrei bisogno adesso é proprio di qualcuno che mi tiri su. Ma visto che, dato l'orario ed alcune altre circostanze, questo qualcuno non c'é, mi accontento di questo pezzo tratto da uno dei film che sto guardando e riguardando in queste settimane. Lei é Jennifer Aniston, e questa é la storia di "Ti odio, ti lascio, ti...":
Ci sono alcuni personaggi che più di altri hanno condizionato la nostra cultura mediatica, il nostro modo di rappresentare quella porzione di mondo che conosciamo attraverso suoni, immagini, sensazioni. Che poi queste senzazioni siano vere o verosimili, che nascano dalla fredda introspezione piuttosto che da una satira esasperata, poco conta. Quello che rimane a volte del nostro vissuto sono una serie di archetipi, o meglio di stereotipi. Sono li, conservati nell'armadio della memoria, pronti per essere tirati fuori al momento buono. A volte addirittura, non necessitano neanche di essere rispolverati, perchè continuano ad esistere, superando le epoche e le mode, portando avanti una consuetudine che risulta sempre attuale.
A queste persone dobbiamo molto. E' grazie a loro se oggi riusciamo ad avere ancora un ricordo, una riminiscenza dei decenni che hanno fatto da sfondo al nostro quotidiano. E' a partire da loro che spesso riusciamo a ritrovare noi stessi come elementi di un contesto più ampio, come persone che condizionano ma che il più delle volte vengono condizionate da quello che li circonda.
Noi, noi che abbiamo vissuto in Italia e che negli anni '80 quantomeno ci siamo passati, dobbiamo molto a gente come Guido Nicheli. La sua figura attoriale, immutata e mai sorpassata, ha attraversato gli anni dello yuppismo, il rigore dei primi anni '90, giungendo fino ai giorni nostri, perpetrando un clichè che, al di la della comicità, ha posto le basi per una riflessione collettiva sulla composizione del nostro tessuto sociale.
Il "cumenda", che con la figura dello Zampetti aveva raggiunto l'apice della sua notorietà, veniva spesso preso in giro, il più delle volte additato come esempio da non imitare. Costituiva per certi aspetti una sorta di figura mediale contro la quale accanirsi per sfogare tutta la propria riluttanza nei confronti di chi, imprenditore di successo e uomo "arrivato", non riusciva comunque ad elevarsi socialmente, sfigurando di fronte a nobili decaduti e poveri intellettuali che, pur nell'assenza della sostanza monetaria, guardavano il "parvenu" dall'alto di una condizione sociale per lui irraggiungibile.
D'altra parte però, ammettiamolo, é pur vero che lo "Zampetti style" ci ha sempre in qualche modo affascinato, forse proprio per quel suo modo di fare anticonvenzionale, brillante, sempre sopra le righe. Uno stile di vita, o meglio (per dirla come il Donatone di "Vacanze di Natale '83") "un teorema", che trae la sua linfa vitale dall'edonismo degli anni '80, e la cui inossidabilità mostra che in fondo, nonostante i grandi cambiamenti che la storia ha imposto ai nostri giorni, la figura dell'industriale ricco e godereccio continuerà imperturbabilmente ad esistere. E con essa il ricordo di Nicheli, indiscusso e imperituro vessillo di questa categoria.
Continueremo a vederlo nei suoi film e nelle serie televisive che lo hanno reso famoso, e continueremo ad associarlo a qualsiasi cosa con cui il suo personaggio é entrato in contatto. Lo vedremo entrare, brillante e compiaciuto, all'Hotel Cristallo di Cortina (vantandosi del suo record personale di percorrenza da Milano) ogni qualvolta le note di "Moonlight Shadow" di Mike Oldfield risuoneranno nelle nostre radio. E non appena capiterà l'occasione, ci faremo vanto delle sue perle di saggezza con amici e conoscenti, ringraziandolo sottovoce per averci permesso, anche solo per un momento, di essere al centro della scena, come lui lo é sempre stato per più di venticinque anni.
Non posso esprimere giudizi sul Guido Nicheli uomo, che non ho mai avuto modo di conoscere. In suo favore però ci sono le testimonianze (vere o presunte) di quanti giurano di averlo visto a Porto Cervo d'estate piuttosto che a Cortina d'inverno. Al di la dei racconti e dell'enfasi con la quale vengono accentuati taluni particolari, emerge sempre la figura di una persona coerente con se stessa, forse un po' ingombrante ma mai irritante. E questo, almeno per me, é un appunto di stile da non sottovalutare.
Grazie "commendator" Nicheli per tutto quello che ha saputo riservarci e per ciò che continuerà a trasmettere al suo pubblico di oggi e di domani.
A questo punto qualcuno di voi si starà chiedendo come mai ultimamente non vi ho più tenuti aggiornati. Ma soprattutto, avrete notato negli ultimi post una certa vena pseudo-romantica che forse da queste parti non ha mai fatto capolino. Beh, ultimamente ne stanno accadendo di cose. Molte da raccontare. Altre da tenere gelosamente custodite all'interno di un diario o negli impenetrabili e a volte indecifrabili meandri della mente.
C'é ad esempio la storia della band, che sta proseguendo il suo cammino nel tentativo di presentarsi in un locale, magari inizialmente come gruppo spalla. I pezzi cominciano ad accumularsi e il sound si fa sempre più armonioso e compatto. Ma la cosa più importante é che ci stiamo divertendo, dentro e fuori la sala prove. All'inizio dell'estate ho trovato persone con cui poter suonare, ma ho trovato anche degli amici sinceri. Abbiamo un nome, un nostro sito che vi invito a visitare ([www.linoleum76.com]). Ed abbiamo già un sacco di storie da raccontare. Ma questo non é il momento.
Stasera mi va invece di parlarvi della cosa, o meglio della persona, che in questi mesi sta sconvolgendo (nell'accezione più positiva possibile) la mia esistenza. Si, proprio quella persona di cui vi avevo parlato qualche riga più sotto, e di cui eravate (immagino) piuttosto curiosi. E, a proposito... si, si tratta di una ragazza. Una ragazza che ha un nome, ma che in questo momento non vorrei coinvolgere nei miei deliri informatici.
E' per questo che non possiamo usare il suo nome, ma ne dovremo immaginare uno che gli si addica. Un nome che ispiri al tempo stesso forza e dolcezza, bellezza e solidità, effimero e concreto. Un nome come Giulia, ad esempio. Si, decisamente Giulia é il nome che voglio dare a questa ragazza.
Giulia dicevamo. Giulia anzitutto non é una ragazza come altre. E d'altro canto non potrebbe essere altrimenti. Come può una ragazza come le altre riuscire a farti fare cose che non sogneresti mai di fare? Come può una ragazza come le altre farti rimettere in discussione quello che hai sempre pensato di essere? Cambiare le tue convinzioni, le tue idee sul presente e sul prossimo futuro. Trasformarti insomma in una persona diversa. Migliore. Una persona che guardi allo specchio con un certo compiacimento. Perchè finalmente sei riuscito a conoscere cose sulle quali, se lei non fosse entrata nella tua vita, probabilmente non ti saresti mai interrogato.
Dire però che Giulia sia entrata nella mia vita non é corretto. L'entrare difatti, implica a mio avviso una certa gradualità. Avete presente il discorso della goccia che scava la pietra? Ecco. Quello significa entrare. E lei non é entrata. Diciamo piuttosto che é saltata fuori da un momento all'altro, mentre me ne stavo per i fatti miei all'uscita di un grande magazzino. Mi ha fermato. Abbiamo parlato. La conoscevo già da qualche anno, ma i nostri vissuti, fino ad allora, non si erano mai incrociati. Fino ad allora, per l'appunto. Quando lei ha detto "Dobbiamo incontrarci di nuovo". Da allora ci sono stati un concerto, due, tre uscite assieme, una cena, una colazione e qualche centinaio di sms. Potrà sembrarvi poco. Ma quel poco che dite voi mi ha permesso di ripartire, di dare un giro di ruota, dopo mesi (se non anni) di atavico torpore.
Dovreste vederla Giulia per convincervi che non mi sono rincretinito del tutto. Dovreste guardarla mentre vi parla del più e del meno, raccontandovi cose che non vi sareste mai immaginati potessero essere raccontate da una come lei. Mentre vi dice quel qualcosa che vi aspettavate vi dicesse qualche attimo prima. E mentre state realizzando di aver incontrato la donna perfetta, il suo viso si illumina in uno dei suoi sorrisi. Se foste li a vederlo anche voi il suo innocente modo di sorridere, ne rimarreste sicuramente colpiti. Non potreste rimanere indifferenti di fronte ai suoi capelli biondi e a quegli occhi che racchiudono la risposta a tutti i vostri dubbi e le vostre paure. Quello che é certo, é che se avesse avuto le ali l'avreste probabilmente scambiata per un angelo.
Non so di preciso quello che provo per lei. E' un sentimento troppo grande e troppo importante per essere circoscritto all'interno di uno di quei barattoli emotivi che in qualche caso si chiamano "amicizia" in altri casi "ammirazione", in altri ancora "amore". Sono troppo coinvolto per potervi dire con precisione che cosa Giulia rappresenti per me. Quello che so é che mentre sto scrivendo queste righe lei mi ha appena mandato un sms raccontandomi la sua giornata. Vive a 500 km da qui. Ma é come se fosse qui con me. Riesce a rallegrare i giorni di pioggia. E sa rendere ancor più belle le giornate di sole.
Comincio a conoscerla. E nonostante adesso vi abbia convinto del contrario, anche lei come tutti ha le sue debolezze, le sue fragilità, le sue giornate no. Vorrei che non ne avesse mai. Perchè una persona che riesce a regalare così tanta felicità agli altri non merita di piangere. Provo a restituirgli quello che mi ha dato, ma non penso riuscirò mai a dargli indietro tutto. Tutti quegli attimi di stupore, di sorpresa, di contemplazione, di meraviglia, di emozioni conosciute in teoria ma ancora mai provate, almeno non con la stessa intensità di oggi.
Penso a lei continuamente. E continuo a chiedermi che cosa mi abbia tenuto lontano da lei finora. Ma soprattutto, avverto la paura di poterla perdere da un momento all'altro. L'uomo della sua vita é la fuori, da qualche parte, che l'aspetta. E quando la troverà tornerò indietro, all'uscita del grande magazzino, serbando il ricordo di ciò che é stato. Avrò acquisito una nuova consapevolezza, ma parte di ciò che sarò lo dovrò a lei. E magari, quando verrranno i giorni di pioggia, mi troverò ancora come oggi a sfogliare le foto che abbiamo fatto insieme, nel tentativo di trarre da quel sorriso un'ispirazione.
(...) All that I shout is my philosophy and she steps in heaven and she won’t call back for all the way I want definitely rise upon the love I want definitely rise and take a deal
don’t you know what I feel... she’s so favoured in this game of getting me and she steps in heaven and she won’t call back for all the week (...)
(...) Tutto quel che grido è la mia filosofia
lei cammina nel paradiso e non chiama mai voglio scavalcare l’amore voglio farlo e prendere una svolta Lei è la favorita nel gioco del prendermi
cammina nel paradiso e non chiama per tutta la settimana(...)
... specialmente quando nella loro canzone "L'estate sta finendo" cantano del triste abbandono del luogo dove sono appena trascore le vacanze. Di quella sensazione di freddo interiore che si ha quando vedendo il bagnino che chiude gli ombrelloni ed i turisti che fuggono dalle spiagge, si prova a raccogliere i ricordi di una stagione fin troppo breve per quanto intensa.
Questa estate era cominciata senza grandi aspettative, ma ora che sono rientrato alla base posso dire senza mezzi termini che si é rivelato un periodo memorabile sotto tanti punti di vista, quasi come quella mitica estate di dieci anni prima (per certi aspetti anche di più).
Dieci anni. Possono sembrare abbastanza. E lo sono. Ma a distanza di dieci anni, in questa memorabile estate, ho ritrovato una persona che non immaginavo neanche potesse coinvolgermi al punto tale da rimettere in discussione parte di quello che sono. Immagino che per voi sia indifferente sapere se si tratta di un uomo o di una donna (perchè lo é vero?!). Vi basti sapere che quello che ho finora ricevuto da costui (o costei) é materia buona per i romanzi, per quei racconti che indagano nella parte più intima ed inaccessibile di ciascuno di noi e ci regalano qualcosa che va ben al di la delle parole e degli sguardi. Ed é talmente rapido e fulmineo che basta un niente per poter innescare reazioni sopite troppo, troppo a lungo. A questa persona va un grazie che non é solo riconoscenza, ma che vuole essere un'invito a restare ancora un po' ad ascoltare i deliri di questo alieno che vaga per lo spazio alla ricerca di forme di vita intelligenti...
In questa estate ci sono dunque state le amicizie. Quelle ritrovate come appena detto, ma anche quelle di sempre. Le rassicuranti presenze che il Max Pezzali d'annata annoverava ne "gli anni del qualsiasi cosa fai, gli anni del tranquillo siam qui noi", e che sono li proprio per confermare che quegli anni non se ne sono andati, specie quando ci ritroviamo assieme a fare quello che da sempre facciamo: rock, nel senso lato del termine, sempre e comunque.
Rock, che non é solo un genere musicale ma un approccio al mondo, come sopra quel palco il 24 Agosto ci ha ben spiegato Jerry Lee Lewis. Una lezione da non dimenticare.
Il rock esce dalle chitarre, da quegli strumenti che ci fanno arrivare fino a S. Marino in una mattinata d'estate. Ma fuoriesce anche durante una partita a basket, durante la festa di compleanno di un amico o in un qualsiasi ritrovo di persone che in un modo o nell'altro puoi chiamare amici.
Rischio di tralasciare tante cose, anche importanti, nell'elenco di ricordi di questa estate: la famiglia, il mare, la meravigliosa campagna marchigiana e i luoghi della mia città sorvolati sulle due ruote della mia Vespa. Mi sto dilungando. E voi non avete ne il tempo ne la voglia di leggere ancora...
Oggi sono stato a pochi metri dall'ultimo mito vivento del rock 'n roll. E ancora la cosa mi sembra incredibile per quanto veloce sia stata.
Jerry Lee Lewis, 72 anni, sale sul palco a fatica, aiutato dagli uomini della sicurezza. E' un vero mito, e in quanto tale inavvicinabile. Nonostante mi sia trovato a stare molto vicino alle quinte, non sono riuscito ad incrociare il suo sguardo, anche se poi ho stretto la mano al suo chitarrista.
Ma appena si é seduto sul palco intonando le note di "Roll Over Beethoven", suonando per circa 40 minuti una scaletta improvvisata al momento, ha lasciato dietro di se tutti i commenti sarcastici di quanti intorno a me, temevano non riuscisse neanche ad arrivare sul palco. Rock 'n Roll ragazzi, quello vero, quello che teneva testa ad Elvis, quello che ancora suona come una campana in "Great Balls of Fire" ed in "Whole Lotta Shakin' Goin' On". Grande gruppo, grande pianista, fantastico il palco, le luci e l'audio. Forse troppo breve. Il mito, come se ne é venuto, se ne é andato via. Avrei voluto scattargli qualche altra foto e non avere addosso quella sensazione che la miccia stava esaurendosi e che quell'istante stesse per terminare. E' tutto così strano, inconsueto per poter dire a caldo quale siano state le vere sensazioni che mi ha trasmesso questo concerto. Quello che so é che io l'ho visto. Io c'ero. E ragazzi, sopra quel palco era davvero grandioso.
Si conclude così questa giornata, aspettando che mio cugino possa darmi entro domani una conferma sulla disponibilità di biglietti per il live di Jerry "the killer" Lee Lewis che si terrà la prossima settimana su questo pianeta. Il re del rock 'n roll passerà da queste parti. Perderlo, soprattutto dopo quello che é successo a Venezia qualche mese fa, sarebbe imperdonabile.
Sandra ha una casa il cui balcone guarda sul portone del circolo della Vela. E' importante essere nei posti giusti al momento giusto. Come davanti al circolo della vela, con il maglioncino sulle spalle, la camicia di lino con le maniche rimboccate ed i primi due bottoni slacciati, ed il pantaloncino cachi, accompagnato da un paio di mocassini da barca rigorosamente senza calzini. Oppure nello studio di registrazione di qualcuno che conosce qualcun'altro, che a sua volta conosce qualcuno che conosce qualcun'altro che possa aiutarti a realizzare i tuoi progetti. O da qualsiasi altra parte, aspettando la persona che darà la svolta che tanto aspettavi alla tua esistenza. Ma non vi preoccupate. Arriverà il momento in cui ci si troverà, quasi per caso, di fronte al portone del circolo della vela. Ma fino ad allora non possiamo far altro che focalizzare i nostri sforzi verso quel momento, pensando a quello che dovremo dire quando incontreremo la persona che volevamo incontrare.
Sul palco stasera c'era un uomo. Dalla tasca dei suoi jeans fuorisciva un lembo di un pezzo di carta. All'interno vi era sicuramente scritto il segreto della vita, ma il foglio era ben piegato e non sapremo mai che cosa fosse riportato li sopra. Certo che a volte certe cose finiscono nelle mani di gente che non ti aspetteresti...
Come stamattina sulla A14, il Lazzabaretto era pieno di persone in sosta. Ho lasciato San Marino con una gran voglia di acquistare un amplificatore per il mio basso, ma in compenso ho anche trovato una bella cinghia flamed, un paio di plettri ed un picture disc da collezione degli 883. Abbiamo impiegato più di quanto avevamo immaginato io, Lorenzo e mio cugino, a giungere sul posto, rifocillarci, osservare ed eventualmente acquistare. Il resto é in un viaggio tutto sommato divertente e in un paio di pezzi di B.B. King, dei Beatles e dei Doors, oltre che nelle clip audio e video di un telefonino. La coda é comunque molto più godibile se vista dall'altro senso di marcia.
Il prossimo che si lamenta che ad Ancona il turismo é in calo lo porto al bar della Pineta, il cui gestore neanche sa che cosa voglia dire la cordialità ed il rispetto per il cliente. Ieri siamo stati allontanati in malo modo, nonostante avessimo già acquistato la nostra consumazione (tra l'altro sono in pochi ancora a vendere un cono da 2 Euro con solo due gusti). Ecco che cosa portano le rendite di posizione. E non posso neanche garantirvi che non ci torneremo, visto che quando hai degli ospiti in città non hai tanti altri posti dove portarli. E' uno smacco per il suo locale, ma dovremmo sentirlo come uno smacco per tutti noi che tentiamo di sdoganare la nostra bella città da un clichè che ci avvicina così tanto a quello dei genovesi di Zelig.
Puoi andartene, startene in giro quanto ti pare, poi tornare e trovare qualche senso di marcia cambiato, un distributore di benzina appena aperto, una nuova insegna di un negozio.
Ma quelle facce, le solite, rassicuranti, le ritrovi sempre. Magari un po' invecchiate, usurate dal logoriò della vita quotidiana, nascoste dietro ad un cappotto o ad una barba che prima non c'era. Ma poi, se guardi bene, le riconosci, ti ci fermi un attimo a parlare e le ritrovi li, intatte, come le avevi lasciate.
Percorro nella sera in divenire lo stradone che da Camerano porta verso il centro della città, sotto un cielo plumbeo reso ancor più carico da "Riders on the Storm" dei Doors che gira sul mio autoradio. Penso alla periferia della mia città, la dove il luogo comune vuole che "una volta da queste parti era tutta campagna". Ed ora al posto di una spianata di terra coltivata a grano e girasoli, una lingua di cemento che sembra la pista di atterraggio di un aeroporto, dalla quale però si gode un paesaggio urbano mai notato prima e così affascinante a quest'ora del giorno. La strada continua tra una curva ed una galleria, finchè non sfocia nel tratto finale di quella che da queste parti viene chiamata "la bretella", discussa opera di ingegneria civile a cui ormai ci si é riusciti a fare l'abitudine, al punto tale di non riuscire ad immaginare un Ancona senza il suo viadotto che d'inverno trasduce i pendolari verso il centro e d'estate corre veloce verso i luoghi di villeggiatura. E in quella, Ancona mostra la sua faccia più consueta, abbarbicata come un presepe su di una collina che mostra i tratti di un urbanizzazione recente e quasi inesorabile, di quel periodo in cui la periferia si attestava da queste parti, quando non c'erano decine di semafori, rotatorie, ed il quartiere era un luogo da esplorare nei suoi anfratti selvaggi che portavano verso gli spazi aperti, seguiti da una ferrovia che, senza saperlo, ci avrebbe estirpato e portato altrove.
Non c'é più il passaggio a livello che si attraversava a sbarre ormai abbassate guardando da una parte e dall'altra con il coraggio (o meglio, la sfrontatezza) di chi non riusciva ad immaginare una vita diversa da quella che stava vivendo. Ma nonostante questo, continuiamo a frequentare quei luoghi, a viverli e a renderli nostri, magari perpetrando una ritualità come quella della "pastarella" alle tre di notte che, come la "bretella" che ci sovrasta é ormai diventato un gesto antico. E nel tentativo di immaginare un'Ancona diversa, magari più aperta alle novità ed alle influenze culturali di altri posti, stranamente mi consola poter ancora pensare che questa città é ancora la mia città.
Chiamatelo come volete: destino, caso, volontà divina (nella quale io credo). Quel che é certo é che già da stamattina, quando avevo messo il piede sul primo taxi che mi avrebbe portato alla stazione, avrei dovuto capire che sarebbe stato meglio restare nei paraggi. E conseguentemente essere grato per questo.
Non a caso ho detto "il primo taxi", e sempre per lo stesso motivo ho usato il condizionale. Perchè quel primo taxi, vuoi o non vuoi, non mi ha portato alla stazione, ma é rientrato alla base. Non era bastata l'alzataccia alle ore 05:00 (con alle spalle un pranzo di matrimonio conclusosi nel tardo pomeriggio della giornata precedente) per fare la valigia, mettere in ordine la casa e svolgere come da protocollo quell'iter delle "cose da fare prima di partire" (come chiudere l'acqua ed il gas). Non era bastata la buona volontà nel cercare di prevedere tutte le situazioni che avrei dovuto affrontare e di conseguenza le cose che avrei dovuto portare con me per fronteggiarle (come la macchina fotografica, il binocolo nel caso fossimo capitati distanti dal palco, o la stampa del cambio della prenotazione effettuata al volo su Internet). E non era bastato neanche ripetere il tutto fino alla noia. A metà strada, aprendo il marsupio, mi sono accorto di aver dimenticato la cosa più importante: i biglietti per il concerto, quell'"Heineken Jamming Festival" che stava per svolgersi a Venezia alla presenza di migliaia di fan e di alcuni tra i gruppi più gettonati del pianeta (Aerosmith, Pearl Jam e Smashing Pumpkins, solo per rendere l'idea).
E' per colpa (o meglio, a causa) di questa dimenticanza, che con grande disappunto (mio ma anche dei miei amici che nel frattempo stavano già percorrendo l'autostrada che li portava da Ancona alla laguna veneta) ho dovuto recuperare i biglietti, cambiare la prenotazione del treno che nel frattempo avevo perso, ed aspettare altre due ore prima di partire di nuovo e definitivamente).
Alle ore 17:00 quando é successo quello che é successo, ero ancora sul treno all'altezza di Padova, pensando che a quest'ora, se non mi fossi dimenticato dei biglietti e non avessi perso quel treno, sareì stato già li con i miei amici, magari sotto il palco ad attendere i Pearl Jam. Ed invece mi trovavo nella carrozza dell'Eurostar City delle 14:55, con la pioggia che batteva sui finestrini ed il pensiero di dover trovare al volo un K-Way ed un posto diverso dal bagagliaio dell'auto dei miei amici dove poter appoggiare la mia piccola ma pur sempre scomoda valigia.
Passa quasi una mezz'ora dal momento in cui scendo alla stazione di Mestre, faccio un giro alla ricerca di un negozio di articoli sportivi, fino al momento in cui comincio a ricevere i primi messaggi da colleghi e amici preoccupati da quello che stavano vedendo in televisione e su Internet. E a conferma del tutto, arriva la telefonata di quelli che erano partiti prima e che si trovavano già al Parco San Giuliano, nel cuore dell'evento, testimoni di ciò che pochi minuti prima del loro arrivo era accaduto. I minuti passano e la situazione diventa sempre più caotica: cominciano ad arrivare le prime notizie dal gazebo della Protezione Civile fuori della stazione: il concerto di oggi é stato annullato, ma quello di domani é ancora previsto. Le navette per il parco non arrivano più e le sirene delle ambulanze giungono all'orecchio con una certa costanza. Dall'ufficio arrivano le notizie di Internet, quelle di cui forse ci si può maggiormente fidare in questo caso. Rassicuro chi c'é da rassicurare sul fatto che mi trovo alla stazione di Mestre e che sono in attesa di sapere sul da farsi per domani. Ogni mezz'ora contatto i miei amici, che attendono anche loro notizie certe sull'eventualità che il concerto di domani possa essere annullato. La folla in stazione si ingrossa incessantemente. Cominciano le prime file alle biglietterie, nei bar e fuori del piazzale. In questa situazione di materiale isolamento, con i trasporti bloccati e la batteria del telefonino che va man mano esaurendosi, non posso che aspettare...
Aspettare... girando nervosamente intorno alla stazione con la valigia al seguito, nel tentativo di convincermi quale sia la cosa migliore da fare in quel momento. Prelevo qualcosa al Bancomat, ricarico il telefonino, prendo una bottiglia da 0,5 di Coca-Cola Light, ed ogni tanto chiedo informazioni ai ragazzi assiepati fuori della stazione, tutti evidentemente nella mia stessa situazione. Parlano lingue diverse, vestono in modo diverso, e riportano quelle voci che, incontrollate, subiscono evidenti alterazioni. Ma la loro frustrazione per quello che sta succedendo é universalmente riconoscibile.
Dopo circa un paio d'ore mi viene detto che forse, visto come stanno andando le cose, mi conviene rientrare a Milano e magari riprendere il treno il giorno successivo. Sulle prime sono un po' dubbioso, poi mi convinco anch'io che forse quella é la cosa migliore da fare. Dopo un tentativo di coda alla biglietteria per cambiare la prenotazione, mi accorgo che in questo modo rischierei di prendere il treno troppo tardi, arrivando così a Milano nel cuore della notte. Qualche informazione al personale delle Ferrovie (ben disposto e disponibile) e dopo pochi minuti sono sul primo Intercity, che, ciliegina sulla torta, si ferma in una sperduta stazione di provincia per guasti sulla linea aerea.
Sono stanco, ed anche un pochino demoralizzato perchè questa inutile trasferta ha avuto i suoi costi da sostenere. Ma in fondo mi chiedo cosa sarebbe successo se magari fossi arrivato due ore prima, se tutto fosse filato liscio fino a quel momento. E sorrido, rassicurato da un vagone di gente che come me, in fondo sorride pensando che anche questa esperienza é passata... in fondo nel migliore dei modi...
Questo c'era scritto dietro ad un camion di un fruttivendolo, fermo al semaforo questa sera mentre stavo rientrando a casa, con qualche pensiero in testa che mi occupava (se non preoccupava).
Sarebbe bello se ognuno di noi scrivesse qualcosa, magari una frase di incoraggiamento come questa dietro la sua macchina, o nel suo sito, nel suo blog, negli striscioni allo stadio, su di un insegna pubblicitaria o sopra un ombrello. Questo é comunicare. Condividere cioè un pensiero che può rallegrarti, aiutarti a riflettere in positivo, darti un input per dare vita a cose belle e gratificanti.
Era solo un camion di un fruttivendolo fermo al semaforo. Ma merita comunque un post da condividere su questo sito.
Quando ancora non avevo ben presente che cosa fosse un blog, Claudio di Filippo aveva già una sua rubrichetta su Splinder. Si chiamava "L'albero delle Nuvole".
Questo grazioso angolo di Internet esiste ancora, ma ormai da qualche anno non viene più aggiornato, a causa (immagino) dei numerosi impegni del suo autore. Nonostante questo, molte delle cose che di Filippo scriveva tre o quattro anni fa, riprese oggi, quasi per caso, suonano ancora molto attuali e danno ancora molti spunti di riflessione. Come questo pezzo dal titolo "Ho visto cose...", che ripubblichiamo su M@ntin.it per la gioia di chi non avesse ancora scoperto le opere del nostro (che trovate ancora all'indirizzo [gledis.splinder.com]):
E' l'altro ieri. Tardo pomeriggio. Sto di fronte ad una porta a vetri. "Biglietteria, Teatro delle Muse", c'è scritto. "Entrata", c'è scritto. "L'avaro" di Molière. Sabato sera. Entro. Ci sono due posti? Sì. La bigliettaia è giovane, bruna, bella. Due posti, grazie. Lì in seconda galleria. Più centrali. Grazie. Fanno 42 euro. Prego. Ci sono sconti per studenti? Ci sono sconti per i giovani. In platea, però. E anche in prima galleria. Costano 30 euro. Con lo sconto 28. E in seconda galleria? In seconda no. Solo in platea e in prima galleria. Perché? Perché costano di più.Sono anche i posti che si vendono prima. Sì. La gente li compra di sicuro quei posti. Senza bisogno di sconti. Sì. Uno studente, invece, non se li potrebbe permettere comunque. No. Un po' fasulli questi sconti... Già. Ne prendo due. Fanno 42. E lo sconto non c'è. In seconda no. Fanno 42. Esco dalla porta a vetri. Non la stessa. Un'altra. "Uscita", c'è scritto. Penso che Ancona è una città stupida. Penso che un giorno potrei anche entrare alle Muse senza pagare. Dalla porta posteriore. "Entrata artisti", c'è scritto. Se capite cosa intendo.
E' fuori. Fa freddo. Risalgo C.so Carlo Alberto, c'è gente. La gente passeggia, guida, parla, entra, compra. Anconetani. A volte mi sembrano orrendi. Anch'io sono anconetano: mi sembro orrendo. La gente non guarda quel che dice. Non sente quel che fa. Non pensa quel che vede. Meno o più. Il mio cappotto nero mi piace. Fa figura. Si alza il bavero e fa figura. Mi dà una silouette. Autorevole. Importante. Bella. Una casacca verde fosforescente no. Una donna indossa una casacca verde. Fosforescente. Con strisce orizzontali catafran... carangen... cafatrin... sì, "catarifrangenti". Da protezione civile, da pompiere, da parcheggiatore, da servizio d'ordine. Non vedo calamità naturali - non è la protezione civile, non brucia nulla - non è un pompiere, lungo il corso non si può parcheggiare - non è una parcheggiatrice, non ci sono concerti - non è il servizio d'ordine. E' un Ministro. "Ministro di Scientology", c'è scritto. A lettere caratan... catrangen... sì, "catarifrangenti". E distribuisce volantini. Su Scientology: la chiesa di Tom Cruise. La chiesa dei ricchi. Degli americani ricchi. E famosi. Penso che Ancona è una città ricca. Non famosa, ma ricca. Penso che devo andare più spesso a messa; più spesso fare la comunione; più spesso pregare. Per quelli ricchi e famosi.
E' tardi. Piazza Cavour, fermata gialla dell'autobus. Giallo e rosso. L'autobus. Che passerà a minuti. I minuti passano, le persone passano, le automobili passano. C'è un foglio, bianco. Attaccato sul palo. Con lo Scotch. No, non con il Wiskey: con lo "scotch", la striscia che appiccica."Siamo due giovani bellissimi", c'è scritto. "Siamo due giovani bellissimi e atletici". C'è scritto. Vorrebbero conoscere donne, i due giovani, di qualsiasi età. "Anche over 50, anche over 60", tra parentesi. "Per relazione sentimentale". Possibilmente a scopo matrimoniale. Al limite. Più o meno, c'è scritto. In cambio: essere ospiti in casa"sua": errore di sintassi. . "Vitto e alloggio", tra parentesi. "Offriamo massima serietà". E un numero di cellulare. Due gigolò ad Ancona. Uno scherzo. Forse. Spero. Speriamo. Ridiamo. "Pssst", le porte a soffietto mi chiamano. La Circolare Destra mi accoglie. L'autobus giallo e rosso. Cigolante, decenni di nobile servizio, un rottame. Entro. Penso che Ancona è una città desolata. Come l'autobus giallo e rosso. Penso che un giorno sarò un vecchio autobus; e morirò cigolando per le strade di Ancona. Un'altra giornata finisce.
Cerco di farmene una ragione. Non avrei potuto essere la, a Wembley, nel 1986, quando i Queen stavano per dare vita uno dei concerti più belli di tutta la storia del rock. E men che meno avrei potuto essere 40 anni fa a Londra, in coda di fronte ad un negozio di dischi, per acquistare una delle prime copie di "Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band", l'album dei Beatles che per molti ha rappresentato un punto di svolta decisivo nella storia della musica contemporanea.
A dire la verità, penso che da ogni album dei Beatles ci sia una lezione da imparare. Ma effettivamente, in Sgt. Pepper (o meglio, in quello che ho potuto ascoltare di Sgt. Pepper), affiora quella che sarebbe stata la colonna sonora di un'intera generazione che se non lo ha cambiato, il mondo lo ha sicuramente affrontato, a modo suo, lasciando un segno imporante.
Dei Beatles ho ancora il nitido ricordo di Abbey Road, di quella strada visitata qualche mese fa e che ho definito "una copertina di un lp in tre dimensioni", in cui ancora resta, a distanza di anni, quell'atmosfera che i Beatles (e solo loro) sono riusciti a creare all'interno delle loro canzoni.
Continuo a ripensare a quello che avevo scritto a proposito della musica di oggi e dei messaggi che stiamo veicolando, e mi chiedo ancora una volta se esisteranno per i nostri cantanti e per la nostra generazione, anniversari memorabili come quello di "Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band", cerimonie in cui riaffiora il ricordo di un mondo che ha influenzato quest'opera e che da quest'opera é stato a sua volta influenzato.
Ormai da qualche mese era attivo un account su Myspace, che nelle intenzioni del sito sarebbe dovuto servire a dare maggiore visibilità a questo angolo di web e soprattutto ai suoi contenuti.
Attivo, dicevamo, ma non ancora funzionante. Svuotato, cioè delle informazioni necessarie a farlo funzionare, a farlo divenire un luogo di interazione tra chi scrive e chi legge. Quel luogo ideale che più volte si é cercato di ricreare all'interno o al di fuori di questo spazio, con risultati piuttosto discutibili.
Questo almeno fino ad oggi. O meglio, fino all'avvento del fenomeno Myspace che, a quanto pare, sembra essere un po' meno provinciale ed un po' più duraturo di quanto lo siano stati fenomeni analoghi.
E' per questa ragione che M@ntin.it tenta di sbarcare su Myspace con questa ideale prolunga del sito che replicherà (almeno per la parte del blog) i suoi contenuti, aggiungendo ove possibile qualcosa di nuovo, non fosse altro che per la possibilità di interagire, aggiungendo commenti, frasi, impressioni, scelte e opinioni.
Questo l'indirizzo di M@ntin.it su Myspace. Il resto decidetelo voi:
(il testo che segue é tratto da un messaggio postato sul sito Oldgamesitalia.com. Nei giorni 17, 18 e 19 Maggio 2007, la community di OGI ha organizzato il secondo - o meglio, il terzo - grande raduno cui hanno preso parte vecchie e nuove conoscenze di questo piccolo angolo di web. Come sempre é stata l'occasione per conoscersi, divertirsi e scambiare le proprie opinioni sul forum e su tutto il resto)
I ricordi, oltre che rimanere impressi nella mente di chi li ha vissuti, rimangono in qualche modo attaccati a quegli oggetti che del ricordo sono un po' l'avanzo, il prezioso rimasuglio che molti di noi tengono da parte nella pretesa che tirandoli fuori dal cassetto di tanto in tanto possano aiutarci a rivivere le emozioni di quel momento per noi così memorabile. E questo raduno, di oggetti, se ne porta dietro tanti:
LA CHITARRA
quella di Guitar Hero per Playstation2, la prima cosa che ho preso tra le mani dopo essere riuscito quasi per caso a trovare la strada verso l'agriturismo ed aver salutato il temerario manipolo di Oldgamer che già da venerdì aveva preso possesso dell'avamposto di Sasso Marconi. La stessa chitarra con cui sono partiti nei giorni successivi gli sfidoni con Sorasil (decisamente dibattutto tra questo videogame ed il Katamari), Er Macina e Stima (del quale abbiamo potuto apprezzare le doti esecutorie millantate precedentemente all'interno del forum).
IL FRIGORIFERO
il posto in cui mai e poi mai sarebbe dovuto finire il vino rosso, bevanda così cara al vecchio Ancient, nostro personale docente di enologia. Il posto invece in cui Sorasil ha messo tutto ciò che avesse una parvenza di liquido, dal rum al famigerato the al limone che Tsam aveva direttamente portato per Stima dal retrobottega del Game Stop. Come sempre accade in situazioni come queste, non possiamo certo dire di non aver gradito la sapiente arte versatoria di Ancient, che come Keanu Reeves in Matrix con movenze feline ed impercettibili riusciva a fare in modo che in qualsiasi momento della giornata il nostro bicchiere fosse sempre pieno.
LA MACCHINA FOTOGRAFICA
che ha immortalato i momenti migliori di questo evento, assicurando al sottoscritto centinaia di click su You Tube ed una cospicua ricompensa per il ritiro dal mercato di una foto der Macina in atteggiamenti decisamente indiscinti.
IL LETTO
Il posto in cui le persone normali abitualmente dormono e che invece si é trasformato nell'angolo comico di OGI, per l'occasione rinominata "Old Gays Italia", viste le coppie di fatto che si sono formate sotto le coltri. Ed é proprio li che er Macina ha scoperto la terribile verità sull'Antico, che da buona mummia quale é, riesce ad addormentarsi a pancia in giù con la faccia immersa nel materasso e nonostante questo a far vibrare i vetri con il suo micidiale rantolo. A mezzogiorno del giorno successivo, visto che il nostro stava ancora riposando nonostante il casino di venti persone in giro per casa, stavamo per chiamare la squadra di CSI...
I DADI (E UNA BOTTIGLIA D'OLIO)
I dadi sono quelli di AD&D (che ci ha tenuti svegli la notte del Sabato) e più in generale dei giochi in scatola che ha portato Rullo e che hanno allietato i pomeriggi trascorsi insieme . La bottiglia d'olio invece é quella utilizzata dal mio personaggio di AD&D per poter effettuare l'impressionante magia dell'"unto" suggerita al master Inskin dal sadico Sorasil che, vista la sua pluriennale esperienza con i mistici, ha saggiamente deciso di consigliare l'espediente magico più inconcludente, inutile e degradante che si possa affibbiare in una quest di un GdR.
DEL FORMAGGIO, DUE BOTTIGLIE DI VINO E UN PACCO DI TIGELLE
il risultato dell'assegnazione degli avanzi del raduno. Come sempre gli occhi sono stati più grandi della bocca, ma stavolta (forse per caso, forse no) i biscotti non sono avanzati.
Ed é quindi stato così, con la solita, immensa, stracolma valigia, qualche bottiglia, un pallone, alcuni sacchetti, Toe e Stima, che ho fatto rientro alla base. In auto si é discusso, si é ascoltata un po' di musica, e ad un certo punto, si é riusciti anche a portare a casa l'ultimo, grandissimo, ricordo di questa esperienza:
doveva essere la corsia di immissione per l'Autogrill. Ed invece era lo svincolo per il casello di Fiorenzuola...
Siete stati grandissimi, come sempre del resto. Talmente grandi che dirvi grazie quasi non basta.
Colgo l'occasione per fare gli auguri di compleanno al mio insegnante di Basso Johnny Stoico, che tra l'altro proprio oggi ha aperto la sua pagina personale. Auguri Johnny!
E’ gia da qualche giorno che volevo mettere da parte questa considerazione. Magari non sarà più limpida come nel momento in cui si é palesata, ma il cuore della questione é ancora qui, pulsante, su questo tavolino.
Ascolto i Doors da qualche settimana, da quando ho acquistato la loro più recente collezione dei loro brani più famosi. Prima di questo, avevo il dvd dell’omonimo film di Oliver Stone, al quale avevo dato un’occhiata incuriosito dai consigli di chi mi diceva che Val Kilmer in quella pellicola aveva fatto davvero un bel lavoro. Ed oltre a questo, avevo un cd, un’altro best, che per qualche strano motivo però non era riuscito ad affascinarmi come quest’ultima opera che ora gira continuamente sul lettore cd della mia auto. Altri momenti, probabilmente. Momenti in cui il messaggio di Morrison (in primis) e soci (al seguito) non era riuscito a passare forse a causa di alcuni pregiudizi sulle persone, sui generi musicali e sulle band. Ed in questo, devo ammettere che l’aver iniziato a suonare il basso mi ha permesso di valutare alternative e prospettive che finora avevano fatto la loro carrellata in sordina, quasi coperte dal resto.
Il messaggio di Jim Morrison dicevamo. Ma forse anche quello di Elvis, del blues ancora prima del rock & roll. Un messaggio nato anni, lustri addietro, ma ancora così potente e attuale, quando ascolto canzoni come “Riders on the Storm” o “The End”. Pezzi che, prima ancora di essere interiorizzati, rielaborati e fatti propri, passano per la storia, le esperienze e le vicissitudini di chi li ha composti ed ideati. Morrison aveva qualcosa di nuovo da dire, e lo ha detto trenta, quaranta anni fa. Ma é come se lo avesse detto adesso, stamattina. Anche se nel frattempo tutto intorno ci sembra cambiato, quella sensazione di disagio generazionale, quella volontà di voler fare i conti con qualcosa o con qualcuno c’é ancora. L’ho avvertita mentre ascoltavo “Break on Through (To The Other Side)”. Ero in macchina, e mi stavo chiedendo quanta gente dopo Morrison ha continuato a passare lo stesso messaggio, la stessa idea. Magari con un ritmo ed uno stile diverso, ma il concetto di fondo rimane quello: passare dall’altra parte, abbattere i muri, abbatere le barriere, uscire da una situazione che ci sta stretta.
Morrison aveva già detto tutto. C’era bisogno di ribadirlo? Ce l’abbiamo noi un messaggio nuovo da divulgare, un qualcosa per cui poter dire di far parte di una nuova generazione? Oppure siamo ancora li, convinti che le cose siano cambiate, quando invece stiamo ancora attingendo a piene mani dalla cultura dei nostri padri?
Stiamo creando qualcosa, qualcosa di cui potremmo andarne fieri, qualcosa che indurrà una futura generazione ad ascoltare quello che avevamo da dire, che ci permettera di avere una nostra identità?
Il discorso però é forse più circoscritto, e riguarda prima di tutto la musica. Ascoltando i grandi del ‘900 viene come da pensare che ormai la vena aurea del rock sia stata quasi completamente sfruttata, che stiamo continuando a girarci intorno ma che, infine, arriviamo sempre a ricongiungerci con il passato. Le nostre radici sono forti ed hanno costruito in meno di cento anni alberi di invidiabile altezza. Possiamo pensare di raggiungere e magari superare traguardi socio-culturali di questo genere? Oppure ammettiamo che da venti anni a questa parte (guarda caso più o meno dall’invenzione della fotocopiatrice) non stiamo facendo altro che tagliare, copiare ed incollare, spacciando tutto questo come il risultato di un “processo creativo”?
Al contempo, immagino che prima dei Doors, prima di Elvis, prima del primo uomo che cantava il blues nei campi di cotone, vi fosse una generazione che ha avuto i propri idoli musicali in Mozart, Beethoven, Bach, Verdi, Rossini, e che per mezzo di questi straordinari artisti ha veicolato le proprie idee, i propri ideali. Ed anche ascoltando il “Va Pensiero”, immaginandolo nel contensto in cui é stato creato, forse é possibile rinvenire lo ste