IMPEGNO (È) RISULTATO?

Premiare l’impegno o premiare il risultato?

Troppo spesso queste due fattispecie vengono a mio avviso confuse. Provo a ragionare con qualche esempio pratico:

Secondo voi un giovane nei suoi studi deve essere incoraggiato e valutato positivamente perché ha effettivamente appreso le nozioni necessarie ed ha sviluppato un suo senso critico? O in assenza di questi elementi esprimiamo il nostro parere favorevole sullo stesso giovane perché ha trascorso ore a cercare di capire (con tutte le migliori intenzioni) cose per le quali non ha particolari inclinazioni o fatica a costruirsi delle basi solide?

Saliamo di un gradino. Come valutereste l’operato di un artigiano (un muratore, un elettricista, un falegname)? Sulla qualità del lavoro svolto o a prescindere dal risultato sull’impegno profuso (in termini di ore e di attenzione) nel farlo?

Allo stesso modo su quali basi valutereste la performance di un medico che cura un paziente? Andreste ad analizzare la sua case history? O comunque vada premiereste la sua dedizione alla professione medica anche se poi, magari, i pazienti sono usciti dal suo studio con più acciacchi di quando ne erano entrati?

Questo per dirvi che una società che premia l’impegno e che non guarda mai in faccia ai risultati rischia a mio avviso di produrre generazioni di mediocri (quando va bene) e di incompetenti (quando va male) che inseguono tutti un unico sogno preconfezionato, spesso basato su di un’iniqua scala di dignità dei mestieri e delle professioni secondo la quale ad esempio le professioni intellettuali valgono più di quelle manuali. Il tutto corroborato dal falso mito del “se vuoi puoi”, da quella libertà di sogno e di aspirazioni che diventa patologica quando al sogno non viene affiancato un percorso di crescita personale che porta l’individuo a chiedersi il perché si voglia inseguire un certo sogno e non un altro.

Se quel “se vuoi puoi” si trasformasse in un “se TU lo vuoi puoi” o magari anche in un più ragionevole “se puoi puoi” non andremmo tutti incontro allo stesso irrealizzabile sogno. Che badate bene non è il sogno di tutti ma molto più probabilmente è il sogno di nessuno: un’aspirazione che abbiamo scelto perché altri l’hanno scelta o perché altri ci hanno detto a suo tempo che quella era la cosa giusta cui aspirare.

Di li è un attimo che quel voler aspirare diventi un dover aspirare e che il sogno si trasformi in un’aspettativa, in un qualcosa che ci deve essere dato al di la del risultato. Ma la cosa più triste forse è che in fondo i sogni non si smettono mai di inseguire mentre le aspettative, se non confermate, rischiano di rimanere li da una parte, rimandate ad un giorno migliore che è di la dall’arrivare.

Strano dunque che poprio alla base dei sogni (che sono fatti di immaginazione e visioni di un futuro ancora da costruire) ci siano solide basi di obiettiva coscienza di se e delle proprie possibilità, oltre che delle proprie volontà. Perché non esiste desiderio senza volontà, anche se in questo eterno presente ci stiamo illudendo che non sia così.

E allora amici miei impegnatevi pure. Ma fatelo per cose per cui per voi (e solo per voi) vale la pena e non semplicemente per le cose “giuste”. Una mosca che sbatte sul vetro ci mette tutto l’impegno per uscire all’aperto, ma pur sapendo quello che vuole non si chiede mai se ci sono altre strade per arrivare dove deve arrivare. L’impegno della mosca, senza risultati, ha come sola conseguenza una mosca impazzita.

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