Gli irascibili e Pollock, semmai…

Breve digressione di carattere generale. Le mostre a Palazzo Reale (non tutte ma quasi) a mio infimo e modesto avviso peccano sempre un po’ di eccessiva commercializzazione dell’evento.

Voglio dire, capisco che portare le tele, le sculture o le installazioni di un qualsiasi grande artista da posti talvolta remoti del pianeta possa rappresentare un’operazione costosa che deve in qualche modo trovare la sua copertura (con i biglietti, ma anche attraverso il merchandising ed i servizi a valore aggiunto come, ad esempio, le guide). Detto questo non credo che in una mostra di un gruppo di artisti mettere il nome del più grande davanti agli altri quando le sue opere non rappresentano la maggioranza del materiale esposto possa in qualche modo giovare in termini di afflusso di pubblico. Magari al primo tentativo. Ma da quelli successivi il visitatore abituale comincia a capire l’antifona e ad essere prevenuto nei confronto di simili iniziative. Un po’ come accade con alcuni (non tutti a dire il vero) negozi col “Nonsolo” davanti, che creano l’aspettativa di trovare anche altre cose oltre al prodotto principale e invece c’è solo quello più un paio di altri pezzi d’altro.

La locandina della mostra di /

In questo caso la cosa funziona al contrario. Tu vai ad una mostra dal titolo “Pollock e gli Irascibili“, ti aspetti di ritrovare una retrospettiva completa di Pollock con un numero nutrito di sue opere più qualche tela dei suoi colleghi contemporanei (messi per l’appunto in grigetto e con un carattere più piccolo sulla locandina) ed invece trovi la prima sala con un paio di tele del genio americano (di cui una, bisogna dirlo, davvero stupefacente) seguita da tutto il resto in copiosa abbondanza.

Questa mostra di Pollock diventa, vista da questo punto di vista, l’occasione (o la scusa se preferite) per avvicinarsi non tanto all’opera del maestro quanto per entrare maggiormente nel merito di una corrente artistica (quella dell’espressionismo astratto) che ha potuto annoverare, oltre al già menzionato Pollock, molti altri esponenti di spicco della pittura d’oltreoceano suoi contemporeanei (come Franz Kline, Willem de Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell, Barnett Newman e la stessa moglie di Pollock Lee Krasner) che, con modalità affatto diverse, hanno permesso all’arte americana di staccarsi dalla maniera europea e di acquistare modalità espressive proprie e riconoscibili per quanto variegate.

Ma mostre come questa, oltre che rappresentare l’occasione per vedere dal vivo e nelle dimensioni reali opere di cui fino ad allora si aveva un’idea approssimativa fornita da una foto su di un libro, diventano momento di sperimentazione dei propri sensi grazie all’intuito ed alla sensibilità dei suoi curatori. In questo caso, a Carter Foster e Luca Beatrice va il merito di aver proposto al visitatore un’esperienza immersiva all’interno di un quadro di Pollock, grazie all’ausilio di un divano tondo e di un video sospeso sul soffitto, che invita ad osservare una sequenza di una performance del maestro ripresa da sotto una lastra di vetro. Comodamente sdraiati con il naso rivolto all’insù i colori che Pollock fa gocciolare su questa immaginaria tela trasparente sembrano quasi investire l’ignaro spettatore con delle sensazioni al limite del tattile e di un contatto che verosimilmente si realizza tra noi e l’opera in corso di realizzazione. Grazie a questo espediente è possibile comprendere con maggiore efficacia il tema legato alla potenza del gesto dell’artista nella definizione del messaggio e del valore di un’opera del ‘900. Gesto che va al di la del soggetto rappresentato e che diventa espressione sostanziale di un’interiorità che fino ad allora era rimasta ingabbiata dai precedenti codici espressivi improntati ad una rappresentazione fedele della realtà.

Degno di nota anche l’allestimento dell’anticamera che propone una gigantesca proiezione della celebre foto di Nina Leen che ritrae il collettivo degli irascibili vestiti da banchieri, accompagnata dall’altrettanto celebre missiva con cui nel 1950 questi artisti esprimono il loro dissenso per la loro esclusione dalla mostra dedicata all’arte contemporanea ad opera del Metropolitan Museum di New York e dell’allora presidente Ronald L. Redmond. Una protesta che diviene manifesto, dirompente come l’affisione delle tesi luterane sul portone della cattedrale di Wittenberg. L’inzio di un cammino (museale e metaforicamente artistico) che in parte smentisce il titolo della mostra ma ne giustifica il suo contenuto.

Al termine di questo percorso, nonostanze le rimostranze di cui sopra, i 49 capolavori del Whitney Museum di New York ci hanno permesso di scoprire non uno, ma 18 artisti con altrettante storie e modalità espressive che, al pari del dripping di Pollock, colpiscono e stupiscono lo spettatore, preparandolo a quella che, cronologicamente e non solo, sarà l’ondata successiva della pop art. E in fondo ci si rende conto di come uno scaltro espediente commerciale possa essere giustificato se serve a superare il pregiudizio e la superficialità dei più.

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