…e se Warhol avesse avuto un iPhone?

Da sempre (o perlomeno, da quando mi sono posto per la prima volta questa domanda) continuo a chiedermi se il genio sia figlio del suo tempo o se in qualche modo possa essere estrapolato dall’epoca che lo ha partorito per dare vita a nuove forme di contaminazione e a capolavori che (si può legittimamente pensare) possano in qualche modo superare il già di per se inarrivabile.

Mi chiedo, per esempio, che cosa avrebbe potuto creare Mozart se avesse avuto a disposizione un moderno synth al posto del solito clavicembalo. Così, allo stesso modo, passeggiando tra le pareti di questa mostra, mi sono chiesto che cosa avrebbe potuto donare all’umanità Andy Warhol se avesse avuto fra le mani un iPhone.

Lui, che (senza timore di smentita, e con il conforto delle parole di Bonami, co-curatore della mostra) era proiettato 20 anni avanti rispetto ai suoi contemporanei. Lui, che si faceva i selfie prima ancora dell’avvento dei social network. E sempre lui, che con la sua arte aveva anticipato al mondo l’avvento del consumismo, del mass market, dei reality, al punto da far sembrare oggi le sue opere contemporanee e non, semplicemente, moderne.

La locandina della mostra di Warhol a Palazzo Reale

Colpisce questa mostra per la sua completezza. In tutti i sensi.

La collezione di Peter Brant in primis, che per la prima volta gli italiani hanno la possibilità di vedere al di fuori delle mura domestiche, evitando di spararsi quelle svariate centinaia di kilometri che separano Milano da Greenwich, Connecticut (dove ha sede la Brant Foundation) per ammirare un corpus impressionante per numero di opere e per epoche, che ripercorrono la produzione di Warhol dai primi disegni da illustratore fino all’ultima opera (“L’ultima cena” manco a farlo apposta) dell’artista prima della sua tragica e paradossale scomparsa.

C’è poi l’allestimento che sfrutta appieno l’opportunità offerta dalla collezione per poter guidare il visitatore dando dapprima un colpo d’occhio iniziale (con un pannello biografico che vale come prima erudizione per chi conosce Warhol solo “di fama”, come si suol dire) seguito da una suddivisione delle sale coerente in termini di scansioni temporali e principali produzioni di ciascun periodo.

E questa volta, a differenza di altre, anche l’audioguida vince facile, complice i primi due fattori pocanzi illustrati, assieme ad un doppiaggio ed una scelta delle musiche davvero azzeccata, e grazie infine all’opera stessa di Warhol, che abbandona (solo apparentemente) la cripticità e l’introspezione tipiche della corrente pittorica precedente (l’impressionismo astratto di Pollock e soci, tanto per intenderci) per offrire un arte popolare. Popolare perché alla portata di tutti, non solo da un punto di vista interpretativo, ma anche in senso strettamente letterale. Chiunque infatti, all’uscita della mostra, con qualche decina di Euro può portarsi a casa una stampa della famigerata zuppa Campbell, che in termini simbolici equivale a portarsi via la Gioconda dal Louvre.

Proprio la ripetitività nella riproduzione delle sue opere e all’interno della singola opera rappresenta uno di quei fili rossi che questa mostra riesce a mettere bene in luce. Degna di nota anche la sintesi di Bonami all’interno di una clip trasmessa in una delle sale, che di fatto aggiunge audio e video a ciò che le mura stavano già ribadendo.

Percorrendo le sale di Palazzo Reale si riesce ad apprezzare la positività del messaggio di Warhol che riesce a contemplare la bellezza e la valenza artistica dei gesti quotidiani e che trova nell’avvento del mercato di massa una componente positiva di democratizzazione della cultura, di riduzione ad un comune denominatore migliore del precedente paradigma.

L’opera di Warhol, rispetto a molti altri artisti moderni e contemporanei, non solo riesce a raccontare bene di sé, ma riesce a riflettere con grande fedeltà anche la parabola esistenziale dell’artista, segnata da una serie di eventi, tra cui la sparatoria del 1968 durante la quale Warhol venne colpito all’addome e si salvò in extremis. Un esempio di come la vita di quest’uomo abbia avuto esiti imprevedibili non soltanto dal punto di vista artistico, e di come forse il genio, come dicevamo all’inizio, sia dopotutto figlio del tempo che lo ospita.

E a proposito… Voi lo avevate mai notato quel bollino bianco in mezzo alla fronte di Marylin?

Un pensiero a proposito di “…e se Warhol avesse avuto un iPhone?

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