Beaucoup d’hospitalité

Il mio invito a teatro, lo sapete, è sempre valido. Ma visto che, a quanto pare, avete sempre una scusa buona da portare all’ultimo minuto per non venire, quest’oggi ho deciso di portare il teatro a casa vostra, proponendovi la visione di uno spettacolo che di recente è entrato a pieno titolo nella lista dei miei preferiti.

Di recente, perché solo qualche mese fa ho avuto l’opportunità  di assistere alla performance dal vivo di Laura Graziosi, una mia vecchia conoscenza che ho piacevolmente riscoperto nel ruolo di attrice (e autrice) di questo monologo dal titolo “Pas d’hospitalité“.

Laura Graziosi in /

45 minuti circa di briosa performance che alterna momenti di grande eccitazione (causata dall’arrivo imminente di un gruppetto di persone in casa della protagonista) a momenti di introspezione dal sapore agrodolce, che portano Laura e il suo pubblico ad interpellarsi sulla propria condizione di animali sociali e asociali al tempo stesso, su quella voglia di condividere la propria vita con il prossimo che però spesso cela un desiderio di eterostima e la ricerca di un riconoscimento che forse nemmeno ci appartiene, frutto di un retaggio culturale che ci è stato inculcato da piccoli. In tutto questo, l’eco di una voce materna all’inizio del monolgo, con quel marcato accento dell’entroterra marchigiano diviene così non solo una sorta di marchio di fabbrica dell’autrice ma anche la ganascia di una ideale morsa nel mezzo della quale il personaggio di Laura si trova stretta. Dall’altro estremo di questo sadico meccanismo troviamo invece (a loro insaputa) gli ospiti, che attenderemo per tutta la durata dello spettacolo assieme alla protagonista, e che vedremo entrare in casa, sedersi, partecipare al desco imbandito, salvo poi chiederci se sono passati davvero, o se la loro presenza era frutto della nostra immaginazione.

Ed è proprio la dote artistica di Laura, quel suo riuscire a giocare con gli spazi vuoti evocando persone, animali e oggetti che magicamente prendono vita e recitano con lei sul palcoscenico, che ci permette di non distinguere il reale dall’immaginario, l’ideale dall’effettivo, la verità  dalla finzione, l’essere dal voler apparire e, infine, il necessario dal superfluo. Perché la felicità  di qualcuno può trovarsi a volte in posti inconsueti, al di la dei convenevoli, delle regole di galateo e di ciò che è socialmente desiderabile. E proprio per questo magari è il caso di chiedersi anche noi se, dopotutto, stiamo cercando nel posto giusto.

Ciò detto, godetevi pure lo spettacolo. Il mio consiglio, ça va sans dire, è comunque quello di andarlo a vedere dal vivo, quando Laura farà  tappa nella vostra città . Anche la tecnologia ha i suoi limiti. E il monitor di un pc resta ancora uno spazio troppo limitato e poco immersivo per poter dare la giusta enfasi a certe sensazioni che si possono consumare ancora solo nell’intimità  collettiva del buio di un teatro.

Buona visione.

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