Una sbir­ciata fuori dal salone

Se abiti a Milano (o nel suo scon­fi­nato hin­ter­land). Se hai un’età com­presa tra i 16 ed i sbruarant’anni. Sei hai facoltà di spesa o vor­re­sti averne. Se non ne capi­sci una mazza di design ma alla fine quel coso li a casa mia non ci sta­rebbe male. Se vuoi avere un’idea di dove stiano andando tutti e anzi, la dove stanno andando tutti ci vuoi andare anche tu. Se ti trovi in accordo con almeno due dei periodi for­mu­lati finora beh, non puoi non andare a fare almeno una capa­tina al Fuorisalone.

Non dico di andare a tutti, ma pro­prio tutti gli eventi che hanno orga­niz­zato durante tutta la set­ti­mana della mani­fe­sta­zione di cui sopra. Non dico di barat­tare un parente a pia­cere in cam­bio di un invito al ver­nis­sage di Lenny Kra­vitz che lan­cia la sua linea di oggetti con­tro­fir­mati da Phi­lippe Starck. E non dico nem­meno di lasciare metà della tua liqui­da­zione in uno di quei bar per archi­tetti giap­po­nesi dove paghi 30 Euro per una pia­dina e una Coca-Cola. Ma almeno un giro lo devi fare.

Per­ché il Fuo­ri­sa­lone non è solo l’occasione per ammi­rare lo stato dell’arte del design nostrano e stra­niero, ma è anche (e soprat­tutto a mio avviso) uno di quei pochi momenti dell’anno in cui la città si mette a dispo­sione di qual­cuno per fare da espo­si­tore di qual­cosa che dif­fi­cil­mente potrebbe essere rele­gato tra le quat­tro mura di uno stand in fiera: bot­te­ghe di par­ruc­chiere, spazi proto-industriali, can­tine (addi­rit­tura un nego­zio di arti­coli orto­pe­dici!) che per una set­ti­mana diven­tano gli ate­lier di desi­gner più o meno noti che pro­pon­gono alle masse la pro­pria visione del mondo. E che ne capiate qual­cosa o no, in ogni caso, è l’occasione per nutrire gli occhi e la mente (edu­can­doli all’occorrenza) con idee nuove e al di fuori dei soliti schemi.

Ma bando alle chiac­chiere e pas­siamo alla polpa di que­sto altri­menti inu­tile post: signore e signori, le imma­gini di via Tor­tona e dei suoi anfratti più recon­diti scat­tate que­sto pome­rig­gio in occa­sione, per l’appunto, del Fuo­ri­sa­lone 2012. Enjoy.





Espri­mersi

Il pas­sato reca con sé un indice segreto che lo rin­via alla reden­zione. Non sfiora forse anche noi un sof­fio dell’aria che spi­rava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui pre­stiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? … Se è così, allora esi­ste un appun­ta­mento miste­rioso tra le gene­ra­zioni che sono state


Anime di silicio

We need to build com­pu­ters for the mas­ses, not the clas­ses (Jack Tra­miel) Que­sto post ne sta per anti­ci­pare un altro che con­terrà una rifles­sione di più ampio respiro sugli anni ’80, su quello che siamo e su quello che vogliamo essere. Nel frat­tempo con­cen­tria­moci non tanto su quello che siamo ma su chi ne è


IL VEN­DI­TORE DI SOGNI

Que­sto arti­colo è rima­sto tra le pie­ghe del mio blog e della mia mente per alcuni mesi. Il tempo di poter scri­vere qual­cosa che potesse avere un senso. Ma anche dopo alcuni mesi di rifles­sioni a mente fredda, quello che resta sul tavolo è solo il dispia­cere per la scom­parsa di una per­sona che ormai da diversi


El por­to­loto

Era da un po’ che su que­ste pagine non si par­lava di cul­tura anco­ne­tana. Tor­niamo dun­que a rispol­ve­rare l’argomento, ripro­po­nen­dovi quello che, senza ombra di dub­bio, è un clas­sico della can­zone popo­lare in ver­na­colo. Il brano si inti­tola “El por­to­loto” ed è stato scritto da Dui­lio Scan­dali con l’arrangiamento ori­gi­nale del mae­stro Fede­rico Marini. Que­sta can­zone


La mera­vi­glia della poe­sia mono­vo­ca­lica 2: “I Cicli­sti” (di Gianni Micheloni)

I Cicli­sti Vidi i cicli­sti in bici sì vivi lì vidi tri­sti di bici privi. Vidi i cicli­sti di giri in giri dirsi i dif­fi­cili «Ci si ritiri». Rividi i mitici ripidi clivi, i visi tipici di bimbi schivi. Vidi i cicli­sti sfi­niti, vinti li vidi irrisi in bici, spinti. I divi vidi di dì finiti cinti di mirti, inti­mi­diti. Li vidi


A pro­po­sito di cul­tura, svi­luppo e tante altre cose simpatiche

Occorre una vera rivo­lu­zione coper­ni­cana nel rap­porto tra svi­luppo e cul­tura. Da “gia­ci­menti di un pas­sato glo­rioso”, ora con­si­de­rati ingom­branti beni impro­dut­tivi da man­te­nere, i beni cul­tu­rali e l’intera sfera della cono­scenza devono tor­nare a essere deter­mi­nanti per il con­so­li­da­mento di una sfera pub­blica demo­cra­tica, per la cre­scita reale e per la rina­scita dell’occupazione. Ini­zia così il Mani­fe­sto per la